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La cultura del Coaching nel Manager. Una luce sull’unicità della squadra.

Quando ascolto significa crescita e miglioramento.

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Il cambiamento fa parte del quotidiano, più di quanto ognuno di noi riesca a coglierne gli effetti nel breve termine e ad averne consapevolezza. In questo periodo storico, in particolare, ricorre come una oggettiva, vera costante nel modo di guardare al futuro, di approcciare alle relazioni e gestirle, di affrontare nuove sfide nei contesti aziendali. 

Sono proprio questi ultimi i più coinvolti dal recente e tanto discusso fenomeno della “Great Resignation” che, per effetto della pandemia, sembra alimentato anche dal bisogno e dalla volontà delle persone di cambiare prospettive, ridefinire le priorità, ristabilire un equilibrio tra identità e obiettivi professionali, con attenzione a valori riscoperti, e fino a qualche tempo fa trascurati. Scelte personali, queste, legittime e non del tutto evitabili da parte delle aziende. 

Ma quanto una mentalità diffusa di Coaching aiuterebbe a fare dell’ascolto dei propri collaboratori – il cui contributo è chiave nel raggiungere i risultati – un’opportunità per conoscere e valorizzare il loro potenziale, favorire la scoperta di nuovi talenti, cogliere segnali? 

La gestione delle risorse umane non è quasi esclusiva responsabilità, o appannaggio, di chi ricopre un ruolo nella funzione HR dell’azienda. Al contrario, investire sulle competenze di Coaching di chi incontra tra le proprie sfide quotidiane quella di guidare un team e ne abbia realmente a cuore lo sviluppo, è critico per evolvere: si rivela un valore aggiunto per creare coesione, elevare le sinergie, far luce sulle aree di forza, migliorare la comunicazione, far sentire tutti parte di un obiettivo comune, pensare in modo strategico e positivo. Sì, perché al di là della teoria, non è forse prerogativa del Coaching quella di formulare gli obiettivi in positivo?

È innegabile che la figura di Manager e quella di Coach siano differenti, ma abbiano al contempo punti in comune da cui l’intera organizzazione può trarre vantaggio, ogni giorno: ad esempio, il saper porre domande in modo efficace – o “potente” – senza offrire soluzioni e, anzi, stimolando la riflessione, dimostra una sincera curiosità nella scoperta del potenziale dei collaboratori (e, perché no, dei colleghi), apre a nuove prospettive in assenza di pregiudizio o giudizio. La reale intenzione di illuminare l’unicità di ciascun componente della squadra, celebrarne i successi, supportarne le ambizioni, ascoltarlo in modo attivo, consapevole, davvero interessato ad esplorarne i punti di vista, i dubbi, i bisogni, gli stili di apprendimento e le ancore motivazionali, rappresenta una leva utile per entrare in sintonia, creare un ambiente favorevole, produttivo, piacevole anche nelle circostanze meno semplici. 

Perché ascoltare non significa necessariamente assecondare o accogliere in ogni caso le richieste altrui, condividere uno stesso pensiero, uniformare l’opinione del singolo a quella più comune. Significa godere del privilegio di accorciare le distanze, conoscere, scoprire qualcosa di diverso al di là dell’orizzonte individuale. Significa contribuire a generare profonda gratitudine da parte di una persona che beneficia del tempo, prezioso, che un’altra ha scelto di dedicarle.

A tutto ciò si aggiungono altri quattro tra valori e competenze, distintivi in entrambe le figure. 

L’empatia, ingrediente irrinunciabile soprattutto nella partnership di Coaching per dare vita ad una relazione spontanea, che si traduce nei concetti di “sentire dentro”, di “vicinanza” che, ora più che mai, meritano di essere coltivati in quella che, tra distanziamento sociale e dialoghi dietro a uno schermo o a una tastiera dello smartphone, sembra essere la nuova normalità.

L’onestà intesa come trasparenza, sincerità nel condividere la propria opinione con rispetto per l’altra persona, anche attraverso un modo di regalare feedback e di comunicare che sappiano scegliere l’approccio e le parole più adeguati al momento, al contesto. 

L’integrità che, nel rappresentare un esempio per chi la osserva, si dimostra nella piena coerenza tra i valori personali, quanto viene detto e i comportamenti agiti. 

La gentilezza autentica, disinteressata, che nulla ha a che vedere con il concetto di debolezza, e la cui vera forza non si riconosce solo nel significato più comune della buona educazione, ma soprattutto nel genuino intento di ottenerne beneficio, per gli altri e per se stessi, sia quando la si pratica, sia quando la si riceve.

Come tutte le azioni orientate a risultati sostenibili, anche il Coaching richiede tempo, una tra le risorse prima date troppo per scontate, e ora sempre più apprezzate. Investire nel creare una cultura di sana passione per la crescita può favorire il propagarsi di un modo sempre più costruttivo di raggiungere obiettivi, anche attraverso relazioni fruttuose e di valore. 

Non esiste cambiamento – alimentato anche dal fluire del processo di digitalizzazione via via più rapido – che possa permettersi di non contemplare quel senso di umanità e autentica attenzione alla persona, che fanno davvero la differenza. Oggi, e domani.

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