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Cosa rende l’espressione di un talento un traguardo tanto ambizioso e sfidante?

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Spesso, in un percorso di coaching, il coachee esplora  la parola talento; 

talvolta patendone segni di mancanza, altre ricercandone l’espressione, altre ancora come territorio cui ambire e da potenziare.

Come coach, più volte ho avuto l’onore di accompagnare persone verso la conoscenza – o la riscoperta – dei propri talenti e questo preciso atto, ripetuto più e più volte in percorsi differenti, ha generato in me una profonda curiosità circa il valore intrinseco  che la parola talento, include.

Cosa ci affascina così tanto di questa parola, al punto da volerla esprimere- chi in un modo, chi in un altro- nei nostri giorni?

Cosa la rende un traguardo così ambizioso e sfidante?

La  fame di scoperta e approfondimento, mi ha condotto alle sue origini: alla ricerca etimologica del suo significato.

La parola deriva dal termine greco “tàlanton”, inteso come bilancia e unità di peso/misura ed in seguito  moneta con cui si era soliti pagare nell’antichità.

L’origine, l’uso ed il senso  del termine “talento”, uscendo dalla sua evoluzione semantica ma restando nel suo significato pratico, è da ricondurre alla parabola  evangelica dei Talenti, oggetto di catechesi ad età scolare.

La parabola raccontava di un  padrone che affidò a tre dei suoi servitori dei talenti, ossia delle monete,  prima di partire per un lungo viaggio.

Al primo servitore ne diede 5, all’altro 2, all’ultimo ne diede 1,

Poi,  partì.

L’ultimo servitore, per il timore di perdere il suo unico talento  lo nascose , così da essere certo di mantenerlo e restituirlo al suo padrone al suo ritorno.

Il primo ed il secondo  servitore invece, li investirono  raddoppiandone così il valore.

Colui che aveva 2 talenti arrivò ad ottenerne 4, colui che ne aveva 5 ne ottenne 10.

Al ritorno dal viaggio, il padrone chiese ai suoi servitori notizie circa i suoi beni.

Ai due servitori che erano stati capaci di generare valore, il padrone elargì nuova fiducia e premiò il loro impegno. Al servo che invece non riuscì a generare nulla salvo mantenere quanto già noto, il padrone tolse fiducia oltre giudicarlo come incapace.

Da allora, la parola talento seguì la sua evoluzione ma ancor oggi, ripensandoci, penso che tale metafora guidi il significato profondo del termine .

Il talento resta un bene, la dote,  di cui ognuno di noi è dotato e che, per generare maggior valore, abbisogna di cura, fiducia, investimento e coraggio;

Ognuno di noi ha le possibilità per farlo crescere, per renderlo espressione delle proprie abilità e capacità, ma è solo attraverso il continuo e profondo ascolto dei nostri potenziali, che esso può esprimersi e crescere. E’ il suo investimento , che ne sprigiona il valore.

E’ bastato attingere a questa spiegazione per accorgermi del perché questa parola affascina così tanto; 

forse è perché  in fondo racconta , più di ogni altra, chi siamo.

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