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Cosa ho imparato viaggiando in Tibet

Riscoprire l’essenza della dimensione umana, fatta di tante potenzialità e di numerosi limiti, toccando intimamente la vulnerabilità.

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Esiste una chiara distinzione tra vacanza e viaggio secondo me. La prima risponde all’esigenza di riposarsi, fare poco, staccare la spina dal consueto. Il secondo si apre alla possibilità di conoscere luoghi, contesti, culture, persone nuove. La vacanza è solitamente più stanziale, il viaggio decisamente più mobile.
Quello in Tibet, concluso da pochi giorni, è stato un viaggio, nel tempo e nello spazio. Un viaggio iniziato 44 anni fa all’Università di Roma, quando Corrado Pensa, il mio professore di Religioni e filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente, mi ha assegnato come tema per l’esame della seconda annualità il buddhismo tibetano. Da allora la mia scoperta di questa cultura, ricca di spiritualità, tradizioni, conoscenze è continuata ininterrottamente, fino ad oggi. Non avevo però mai avuto l’opportunità di visitare direttamente questo Paese, fino a qualche settimana fa.
Volendo raccontare questa esperienza, mi piace rispondere alla domanda “cosa ho imparato durante questo viaggio?”

La prima cosa che mi viene da dire è la riscoperta della mia dimensione umana, fatta di tante potenzialità e di numerosi limiti. Ho toccato intimamente la mia vulnerabilità, così come è capitato a tutti i miei compagni di viaggio. Siamo abituati a rapportarci con il mondo esterno sulla base di ciò che facciamo quotidianamente a casa nostra. Abbiamo tutto a portata di mano, alla portata delle possibilità virtuali quando non direttamente reali. Con tre clic possiamo arrivare dappertutto; ci stiamo disabituando a considerare i nostri limiti.
Bene; a 4.000 e passa metri di altezza, in un Paese sconfinato, devi rivedere la misura delle tue ambizioni perché all’improvviso scopri che se non rispetti il tempo e gli spazi del luogo dove ti trovi le tue pretese da super eroe diventano poco più di sabbia mossa dal vento. Intanto devi imparare a rallentare la tua velocità. Tre passi e ti viene l’affanno. Poi devi accettare un tempo e uno spazio diverso dove, per le dimensioni del paese dove ti trovi, non puoi avere fretta.

La seconda cosa che ho imparato è che esiste un atteggiamento di compassione, rispetto e adattamento alle circostanze, di semplicità del vivere accettando quello che c’è e considerandolo inestimabilmente prezioso, che raggiunge nel popolo tibetano vette inesplorate dalla nostra educazione e cultura. Vedere ogni giorno, in ogni situazione, città o campagna, giovani e vecchi, donne e bambini, tutti costantemente con il mala (il rosario di preghiere tibetano) in mano a recitare mantra, sempre pronti a rispondere al tuo sorriso e al tuo saluto, nonostante condizioni logistiche, politiche e sociali estremamente dure, difficili da sopportare, è stata una grandissima lezione. Quello che si percepisce subito è la loro intima convinzione e partecipazione in quello che fanno. Lo fanno sinceramente, connettendosi con il loro cuore, animati da un’intenzione che raramente ho visto in altre culture. Mi viene da dire e da pensare che loro non abbiano vissuto il processo di “estraniamento” che in noi ha prodotto tanta di quella alienazione che sperimentiamo quotidianamente.

La terza cosa che ho notato, ma ancora non digerito e fatta mia, deriva dalla seconda: la loro convivenza con la presenza militare, culturale e pesantemente fisica della Repubblica popolare cinese. I cinesi non sono noti, almeno negli ultimi due secoli, per tatto, delicatezza e buone maniere. Dopo poche ore dal nostro arrivo a Lhasa, camminando per la città vecchia, la vista di soldati cinesi in assetto da guerriglia urbana che marciavano in piccole squadre per raggiungere le loro postazioni, i posti di blocco, i metal detector posti ad ogni ingresso del quartiere centrale di Jokhang, dove i cittadini tibetani devono passare il loro tesserino magnetico di riconoscimento per poter entrare e farsi una passeggiata o la Kora, il giro intorno al tempio più antico di Lhasa recitando i mantra, aveva iniziato a soffocarmi, stringermi il petto, togliermi l’aria. Mi ricordava la bruttissima sensazione che avevo provato a Belfast nel 1987, occupata militarmente e arrogantemente dall’esercito inglese, lì a dimostrare e ricordare che quella terra, un tempo libera, era ora schiava dell’odiato invasore, oppressa. Lì si sentiva la rabbia, la voglia di rovesciare quello stato, di ribellarsi. Qui, in Tibet, no. Ancora oggi mi dico che non so se resisterei, se fossi tibetano, a sopportare tutto questo. Per loro invece sembra diverso. Sicuramente soffrono questa condizione e mancanza di libertà, ma questo non li ha costretti a sviluppare insofferenza e odio per chi li tiene in catena. Li ammiro, non li invidio, e mi piacerebbe riuscire a toccare, condividere, questa capacità che sento di non avere. Credo che mi si aprirebbe un mondo e un modo diverso di confrontarmi con i miei simili. Tutto questo al di là delle ovvie considerazioni politiche e militari che si possono fare.

Ecco questi sono gli insegnamenti che ho ricevuto nei quindici giorni in cui sono stato in questo bellissimo Paese dai paesaggi maestosi, le distanze infinite, la catena himalayana come sfondo, il monte Kailash che sembra un tempio esso stesso, i monasteri, le grotte in cui grandi maestri del passato facevano meditazione, i laghi immensi e gli altopiani sconfinati. Dentro tutto questo un popolo gentile, in armonia con l’ambiente che lo ospita da millenni e con cui ha intessuto una relazione di rispetto, senza dimenticare mai, anzi integrandoli, gli aspetti più profondi del nostro esistere.

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