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Ascoltare per crescere. Verso una pedagogia dell’ascolto.

L’ascolto non è solo una qualità collegata all’udire, che è un’azione legata alla percezione, ma comporta il coinvolgimento di tutta la nostra persona dal profondo. Non parlerò qui degli ascolti che siamo costretti a subire: i rumori della città, dei vicini di casa, dei televisori. Intendo, invece, parlare di un ascolto che è attenzione all’altro, ascolto che aspetta una risposta, un segno di presenza. Un ascolto, dunque, basato sulle parole, sui gesti, sulle pause, sul tempo lasciato all’altro per entrare in contatto. È impensabile ascoltare una persona senza riconoscerne la presenza e senza lasciargli spazio. L’ascolto non è solo una qualità collegata all’udire, che è un’azione legata alla percezione, ma comporta il coinvolgimento di tutta la nostra persona dal profondo. Saper ascoltare significa molte cose: apertura verso il prossimo, curiosità, saper attendere, accettare il punto di vista e la cultura dell’interlocutore. Sono qualità fondamentali, soprattutto per educatori e formatori. Nella comunicazione, ascoltare, come parlare, è un modo dinamico di mettersi in relazione con la realtà che viviamo, ma l’ascolto è relegato ad un ruolo secondario. Occorre, però, «fare in modo che l’ascolto non sia incalzato dall’attesa del proprio turno di parola»* per riuscire ad attivare realmente un ascolto attento. Ascoltare viene comunemente vissuto come un essere passivi, esclusi dalle dinamiche relazionali. Quel che più importa, in una conversazione, è intervenire attivamente, prontamente, prevaricare se occorre. Anche quando si sta ad ascoltare, spesso si cerca semplicemente di carpire all’altro argomenti da portare a nostro vantaggio. L’impressione che si ha è che non sia affatto facile ascoltare, complici anche i mutamenti dei paradigmi comunicativi, dovuti all’incredibile sviluppo delle nuove tecnologie. È difficile fermarsi e ascoltare, dedicare sé stessi e un po’ del proprio tempo all’altro. Non è quasi più consentito rallentare, “sprecare” il tempo per accorgersi di chi ci è vicino. Allora anche i tempi e gli spazi del lavoro, della vita sociale, della famiglia sono scanditi da ritmi inumani che considerano come un lusso il fermarsi. Non sono ammessi noia, ozio, tempo libero che sia libero davvero, anche libero di non far nulla. Se non permettiamo a noi stessi di fermarci, però, non possiamo incontrare l’altro, non possiamo riconoscerlo e non possiamo essere riconosciuti. Invece la nostra vita nasconde segreti preziosi: basta saperli vedere. Basta saper «trovare all’altezza di quel che si fa, quel che non si era visto prima nel farlo attraverso il ripetersi di una ricerca e di un’azione che consente di ripescare ciò che di straordinario c’è nell’ordinarietà quotidiana»** Volendo fare un esempio di capacità d’ascolto non avrei dubbi: sceglierei Momo. Questa bambina, metafora dello scontro tra poteri e vita, è davvero capace di ascoltare***. Fonti: *Chiaretti Giuliana e Barbetta Pietro, L’ascolto polifonico. Il fenomeno della telefonia d’aiuto, Milano, Franco Angeli, 2000, p. 151. **Perticari Paolo, Attesi imprevisti. Uno sguardo ritrovato su difficoltà di insegnamento/apprendimento e diversità delle intelligenze a scuola, Torino, Bollati-Boringhieri, 1996, p. 50. ***Ende Michael, Momo ovvero l’arcana storia dei ladri di tempo e della bambina che restituì il tempo trafugato, Milano, Longanesi, 1984.

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