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Un’immagine e mille parole

Tutto è iniziato sette anni fa.

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Tutto è iniziato sette anni fa.

L‘obiettivo dell’Executive era migliorare le relazioni con i collaboratori. Un giorno gli chiesi: “Posso farti una foto mentre ti relazioni a loro?” – “Sì, nessun problema!”. Quando osservò il suo linguaggio non verbale a stento riuscì a riconoscersi. Da quel momento la sua consapevolezza cambiò e il nostro lavoro divenne molto più efficace.

Quattro anni fa, durante un life coaching, la cliente non riusciva ad entrare nelle pieghe di una storia delicata. Avevo nello zaino un pacchetto di mie foto: “Lucia, sceglieresti 4 immagini che simboleggiano il tuo stato d’animo adesso?” “Certo.” “Ok… Adesso mi inventi una storia che le metta insieme?”  Era la sua storia… Tutto prese una piega inaspettata e ricca di salti evolutivi.

Solo un mese dopo, ad un manager che lavorava su una scelta importante della sua vita, chiesi: “Nicola hai voglia di lavorare su un piccolo progetto fotografico?” “Che significa?” “Da qui al prossimo mese scatterai quattro fotografie che rappresentano il tuo attuale lavoro e quattro che rappresentano l’altra scelta che potresti fare.”

Dopo averle stampate e messe sul tavolo… fu tutto chiaro come il sole.

L’anno scorso in un’azienda sembrava difficile sanare alcuni conflitti in un gruppo di lavoro. Ancora una volta la mia passione mi fornì uno spunto: “Giovanni che ne dici di lavorare sull’integrazione dei diversi punti di vista armati di macchina fotografica?” “Dimmi di più, potrebbe funzionare.”
Ne è nato uno libro fotografico sulla città. Ogni persona si è presa cura di una delle fasi dello storytelling e ogni punto di vista ha arricchito il racconto. La selezione degli scatti è stata fatta insieme, con una serenità dimenticata da tempo. Quando oggi i dirigenti stranieri della multinazionale visitano la sede pugliese, quel libro è un regalo ambito e ricorda il giorno in cui il “focus” è cambiato.

Anche quando lavoro sui ritratti del cliente, sul sé dimenticato, sul sé negato, sul modo di percepirsi e sulle infinite possibilità di essere, sono inaspettati i risultati, usando un canale che agisce immediatamente sul lato emotivo.

Come coach conosciamo l’importanza delle metafore, della creatività, della simbologia, anche se spesso usiamo solo il linguaggio parlato. Cosa accadrebbe se saltassimo il canale in cui risiedono le maggiori resistenze dei modelli mentali, e ci rivolgessimo all’inconscio?

L’arte oggi offre un accesso preferenziale al sé più prezioso del cliente, quello a cui si rivolgono i coach con esperienza, e che nella finestra di Johari è chiamata area cieca, ignota, inconscia.

Personalmente amo usare tutte le arti con il cliente, seguendo le sue predilezioni. Più spesso uso la fotografia in quanto il linguaggio più democratico e immediato: tutti abbiamo in tasca una fotocamera.

Per eventuali approfondimenti su questi strumenti c’è un workshop il 9 giugno a Milano (davide@davidetambone.it)

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