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Il suono e la voce nel processo di coaching

Ritrovare l’emozione, darle dignità di espressione vuol dire essere nella propria identità Sono frasi spesso dette a mezza bocca, con toni di voce più bassi, accompagnate da un respiro diverso, frasi che rimangono sospese a metà, sillabe che escono con suoni quasi evaporati dalla gola e a volte si ripetono nel corso della sessione, come se cercassero un loro senso. Sono le voci che provengono dal nostro interno, emozioni che lasciamo uscire attraverso il corpo, attraverso il respiro, oppresse tra le righe degli aspetti più concreti della realtà, che troppo frequentemente prendono il sopravvento e non ci danno il tempo di fermarci ad ascoltare il senso del suono dell’emozione. Che cos’è la voce, e perché è così legata all’emozione? La voce è suono, e il suono è una vibrazione che parte dal corpo. Oltre a dipendere dalla frequenza, dall’intensità e dall’armonia, cambia in base al respiro, quindi dal contatto che abbiamo con il nostro corpo, con il diaframma e la cassa toracica. Il suono autentico nasce dal ventre, che è il cuore dell’emozioni, mentre le persone tendono a respirare con la parte alta del corpo, con il torace. Può capitare che sia un suono a guidarci a riconoscere ed esprimere emozioni, è un duplice ruolo di scambio. La voce in alcuni contesti cambia a tal punto che può sembrare appartenere a qualcun altro; ci sono persone che usano una voce nasale, negando l’esistenza di qualcosa che rappresenta la parte intima di sé. La voce può tremolare, si può spezzare, si può increspare. Incuriosita dall’argomento, recentemente ho partecipato ad un workshop sul suono con Gisella Burinato, famosa attrice e coach presso il Centro Intensivo Allenamento Permanente Attori: sono rimasta colpita nello scoprire come il suono, non la parola compiuta, riesca a veicolare in maniera molto più forte le sfumature delle nostre emozioni. Il suono è irrazionalità, ed è incredibile come le persone comunichino anche solo con il suono, senza una parola compiuta. Mi sono ritrovata sul palco, tra attori e non, a dover interpretare delle emozioni con il suono: la pancia andava per conto suo, c’era una tempesta nucleare, ma il suono non usciva. Mi sono resa conto che a volte c’è come un cancello che blocca la parte irrazionale di noi, o alcune parti della nostra essenza che abbiamo scelto di impacchettare e mettere in cantina, perché considerate “non funzionali” per quello che abbiamo scelto di essere. Ritrovare l’emozione, darle dignità di espressione vuol dire essere nella propria identità, nelle proprie uniche radici, con le sue luci e le sue ombre. Cosa c’entra tutta questa riflessione con il coaching? Mi capita spesso nelle sessioni di individuare nello specchio dell’interazione il suono di una voce emotiva, e oggi sono molto più consapevole dell’importanza di fermarsi un attimo per cercare di restituire il giusto valore. Possono esserci tante tipologie di persone diverse, ma poi davanti a questo tema c’è un fil rouge: c’è una voce che ci parla, che noi spesso proviamo a “gestire”, perché è con la logica e la razionalità che siamo abituati a fare carriera, a “gestire e organizzare” una vita che esige di essere pianificata nel minimo dettaglio per mettere in luce tutto il nostro potenziale. Ma c’è qualcosa che forse non chiede di essere gestito, ma solo di avere uno spazio per essere espresso, attraverso una vibrazione sonora prima interna e poi verbalizzata a qualcun altro, nella speranza conflittuale che l’altro colga il valore di quell’emozione, e che ce la rimandi, anche se la cosa a volte fa paura, perché è una voce profonda, che a noi sembra avere i caratteri dell’irrazionalità. Le emozioni ci dicono qualcosa di noi, ci mandano un messaggio, e questo va accolto ancora prima che interpretato. Nella sessione di coaching è molto importante l’ascolto del suono, del tono, del ritmo, l’osservazione delle espressioni e delle emozioni perché è questa parte che cerca di trovare voce. Spesso le persone portano un obiettivo, ma dietro quello c’è n’è in realtà un altro, che riguarda la sfera dell’essere, perché solo se l’essere è allineato e consapevole, e in armonia con le emozioni e i valori, allora la persona può muoversi in maniera congruente verso l’azione per ottenere il risultato. Mi è capitato di notare che le persone che hanno una vita molto dinamica e competitiva, che sono abituate ad avere a che fare con la dimensione del fare, del gestire realizzano che dietro c’è qualcos’altro, come un suono inespresso. E ognuno cerca un suo modo per dialogare con questa parte: chi immagina di parlare con questa parte di sé rapportandosi come se fosse un’amica, chi vede un sé piccolino un po’ pigro e capriccioso, chi riconosce un animale che ama molto, chi sente un bisogno eppure non riesce ancora ad individuare il profilo di un’identità altra ma dipendente che vive dentro di se. Una parte emotiva con dei suoi bisogni che va reintegrata per essere veramente adulti e completi. Ci misuriamo con asticelle sempre più alte, competizione sempre più forte, esigenza di tenere sotto controllo i vari aspetti della nostra vita, perché gli equilibri emotivi spesso non sono ben radicati dentro di noi. Bisogna avere fiducia in sé come coach per accogliere e rimandare qualcosa di così profondo e antico. Quello che ho compreso è che un coach per poter essere veramente contenitore dell’altro nello specchio dell’interazione deve essere completo in tutte le sue parti: razionale, emotiva, irrazionale. Proprio come l’attore, che nella scena interpreta un personaggio donando generosamente la sua esperienza personale agli altri, e poi la lascia andare, bisogna saper riconoscere, saper conoscere la vita per poterla rimandare, anche in una sessione di coaching. Il coach deve conoscere il proprio strumento, la propria vita vissuta, i suoi lati oscuri, le sue voci. Attraverso le competenze del codice etico, e in particolare il non giudizio, il non consiglio, l’ascolto attivo che sono propri dell’approccio ICF, le persone trovano uno spazio per veicolare questi preziosi messaggi, e il coach seguendo nella sessione l’andamento dei livelli logici di Robert Dilts può individuare su quale sfera il coachee si sta soffermando davvero in quel momento. L’approccio coaching riesce a trasmettere grandi energie, proprio attraverso il neutro rispecchiamento, perché è un approccio paritario che porta le persone a trovare le radici della fiducia in sé stessi.

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