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L’approccio del coaching non ha età

Usque ad finem

La migliore pensione è il possesso di un cervello in piena attività che vi permetta di continuare a pensare ‘usque ad finem’, ‘fino alla fine’.” 

 

Questa citazione, attribuita a Rita Levi Montalcini, continua a risuonare in me anche a distanza di tempo. Penso di conoscerne la ragione; continuo imperterrita ad essere una entusiasta sostenitrice della crescita costante dell’individuo, di quella crescita che non ha età anagrafica e che non prevede sistematizzazioni strette o ambiti specifici di apprendimento ma include e pervade ogni spazio aperto che una persona può contenere: lo sviluppo emotivo, cognitivo, psicologico, professionale, fisico.

 

Talvolta mi domando: “come garantirsi, con il sopravvenire dell’età, una modalità di pensiero [e d’azione] che resti sempre aperta ed evolutiva in ogni possibile fronte o condizione di vita?

Sfruttare l’approccio metodologico del coaching per ridefinire il cosa, il come, il quanto si desideri perseguire una meta – indipendentemente dall’età apposta sulla propria carta di identità- è solo una delle molteplici possibilità a disposizione di ognuno per definire dei piani di azione finalizzati a realizzare obiettivi di crescita personale. 

 

Al contempo è utile, a mio avviso, sollecitare in via continuativa i propri sensi per amplificare la propria sensibilità; infatti, la capacità di restare connessi alle proprie emozioni e stati d’animo è un passo fondamentale per orientarsi nel mondo delle proprie motivazioni e scelte. 

 

Cosa desidero realizzare nei prossimi mesi? Quale è la ragione che mi spinge a provarci? Cosa significa per me perseguire tale obiettivo? Che emozioni mi suscita l’idea? 

 

Più gli anni passano, più la mia professione mi regala spunti di riflessione: non serve ideare obiettivi di chissà quale portata o dimensione per dirsi gratificati.  È invece importante a mio avviso soffermarsi a riflettere su altri aspetti, che di seguito desidero condividere.

 

  • dedicarsi costantemente all’ascolto dei propri bisogni e domandarsi da cosa si potrebbe partire, in termini di azioni pratiche e concrete, per iniziare – o continuare – a soddisfarli.
  • restare sintonizzati sul “come mi sento” a livello emotivo, fisico, cognitivo mentre agisco la mia idea, avendo il coraggio di soffermarsi sulle risposte. Le emozioni parlano del nostro mondo interiore e sono il primo segnale che abbiamo per comprendere se il cammino che abbiamo deciso di intraprendere per raggiungere un obiettivo è quello giusto per noi.
  • prendere coscienza che un obiettivo non è qualcosa di etereo; per definirsi tale esso deve essere invece realistico, specifico, attuabile e misurabile oltre che sfidante e motivante. È infatti assai deludente attivarsi con fervente energia e poi scoprire di non aver ottenuto nessun risultato solo perchè si era tentato di raggiungere un traguardo indefinito come ad esempio, “voler stare meglio”; ha invece senso, snocciolare tale desiderio, ad esempio, riportandolo ad un sano senso di realismo e praticità: cosa voglio avere realizzato da qui a …. che certamente contribuirebbe ad un maggiore senso di benessere personale? È sotto il mio unico e personale controllo? È indispensabile che lo sia per definirsi un obiettivo!
  • partire dal darsi obiettivi nell’immediato o medio termine; siano essi giornalieri o settimanali e idearne di nuovi di volta in volta se ne raggiunge uno.
  • celebrare l’ottenimento di un traguardo.
  • In ultimo, è necessario prendere atto, a mio avviso, che la crescita di una persona non è rapportabile al solo parametro legato all’ ottenimento o meno di un obiettivo; va da sé che questo resterà un valido indicatore rispetto alla propria sensazione di autoefficacia ma per valorizzare in modo profondo e trasformativo il proprio cammino di sviluppo è indispensabile soffermarsi sull’ascolto delle proprie emozioni e dei propri pensieri nel mentre, quando si lavora alacremente per raggiungere la meta che ci si è prefissati. È qui che vive la conoscenza di sé stessi: nel riuscire ad accettare in modo incondizionato e aperto anche la possibilità di conoscere le proprie zone d’ombra, il senso di inaspettati arresti, le emozioni ostacolanti talvolta insite nella fatica dello scoprirsi, prendendo coscienza che tali risorse sono parte di sé, di quella parte così meravigliosa che cerca di difendersi dal giudizio e aspetta d’essere indulgentemente seminata di gesti e pensieri di fiducia per regalare frutti sorprendenti.

 

L’attività, e quindi il comportamento, sono espressione di ciò siamo, di ciò che conteniamo dentro di noi in termini di pensieri ed emozioni; mantenere un cervello in attività non significa solo stimolarlo o potenziarlo a livello cognitivo ma allenarlo anche all’apertura, alla flessibilità, all’ accoglienza, alla consapevolezza, al dialogo, alla relazione, alla diversità, risorse chiave per ambire allo sviluppo della persona a tutto tondo. 

 

Significa promuovere il costante ascolto delle proprie emozioni e dei propri bisogni, indipendentemente dal fatto di essere giovani rampanti o attempati sognatori della terza età.

 

Questi sono, a mio modo di vedere, elementi chiave da cui partire, le risorse da allenare con tenacia, gli antidoti alla disillusione, il terreno di cui prendersi cura in ogni stagione; ossigenare la nostra mente e le nostre emozioni con pensieri consapevolmente fiduciosi e creativi su ciò che si può ancora fare, su ciò che desideriamo ottenere e costruire, restando sintonizzati sui propri potenziali con consapevole realismo e focalizzando le energie su ciò che ci fa battere il cuore, è un inno straordinario alla vita che vale la pena rivisitare ogni giorno.  Usque ad finem.

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