Utilizziamo i cookie per offrire i migliori servizi sul nostro sito. Cliccando OK accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Informazioni

Una bugia sul cammino di Santiago

Di Roberto Tartaglia | 07.07.2017

Conviene davvero dire sempre la verità?

Eravamo a tavola, si cenava e si parlava del più e del meno, fin quando un’amica non tirò fuori una storia che mi fece riflettere per tutta la sera e per il giorno seguente.

Ci raccontò che, qualche mese addietro, fece una scelta coraggiosa: intraprendere il cammino di Santiago. Una scelta che ammiro molto, perché sorretta da importanti colonne valoriali e da una forza di volontà fuori dal comune. Tuttavia, non fu questo a sconvolgermi. Ma un episodio particolare che ci raccontò.

In uno dei tanti giorni di camminata, si trovò davanti a un monte. La prima domanda che si pose fu: che si fa? Allora, nella speranza di trovare conforto e supporto, si rivolse a un compagno di viaggio e gli chiese come arrivare dall’altra parte, quale fosse il cammino del giorno.

Il ragazzo, con tutta la sincerità del mondo, le disse che avrebbero dovuto scalare la montagna e poi proseguire per venti chilometri, prima di raggiungere la meta. La mia amica perse ogni speranza. Non essendo una sportiva allenata, pensò: “non ce la farò mai, il mio cammino finisce qui.”

E rimase piantata, col groppo in gola, su quel piccolo fazzoletto di terra che erano in grado di ricoprire i suoi piedi. Mentre l’altro si avviò. Rimasta sola, venne affiancata da un nuovo compagno di viaggio, che aveva assistito alla scena. L’uomo si mise accanto a lei e guardò il monte.

«In realtà c’è un sentiero che ci permette di arrivare su in poco tempo e, una volta dall’altra parte, i chilometri da percorrere sono solo due. Poi ci si riposa, finalmente.»

La mia amica lo osservò incuriosita e lui le chiarì che non era il suo primo viaggio, che conosceva bene il percorso. Sorrisero e si avviarono.

Quando iniziarono a camminare per il sentiero, il sole era alto. Chiacchierando e camminando, giunsero dall’altra parte che il sole tramontava. Arrivarono alla meta che era già notte.

La mia amica rimase sorpresa e gli chiese come mai avessero impiegato così tanto tempo. L’uomo le rispose che avevano fatto esattamente quanto le aveva raccontato il ragazzo, la mattina. La mia amica, incredula, si rese conto di aver scalato un monte percorrendo il solo sentiero disponibile (non uno privilegiato) e di aver percorso ben venti chilometri senza rendersene conto.

Sorrise, nel raccontarcelo. E io la fissavo.

Non mi stupiva che ce l’avesse fatta, mi stupiva l’accaduto. Mentre gli altri continuavano a bombardarla di domande sull’avventura, io mi chiusi in me e cominciai a riflettere. La domanda che mi posi fu: conviene davvero dire sempre la verità?

Sin da piccoli veniamo educati alla verità. Bisogna sempre essere sinceri, le bugie sono cattiverie e hanno le gambe corte. Ok, avranno anche le gambe corte, ma sono davvero cattiverie?

Se quell’uomo non le avesse mentito, la mia amica non avrebbe mai trovato la forza necessaria per continuare il suo cammino. Non sarebbe mai passata dallo stato “non ce la farò mai” allo stato “in fondo, ci vuole poco”. Non avrebbe mai coronato il sogno e pianto di gioia dinanzi al crocifisso che segnava l’ultima meta.

Quella sera mi sono convinto che, a volte, mentire possa essere un aiuto. Un atto nobile, in alcuni casi. E mi sono anche convinto che convenga mentire persino a noi stessi. Anzi, soprattutto a noi stessi. Magari prima di una gara, di un esame, di un colloquio di lavoro.

Che male c’è? Perché lasciarsi limitare dalla morale comune, anziché attingere a “forze nascoste”?

Le bugie vanno bene, in questi casi. Sì, ne sono convinto! In fondo, non affrontiamo, forse, anche tutti noi, ogni giorno, il nostro piccolo, grande cammino di Santiago?