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Dissertazioni sul giudizio proprio e altrui

Di Roberto Tartaglia | 19.06.2017

Quattro interpretazioni, una sola realtà. Una storia da cui imparare

“Come potete giudicar?” cantava l’indimenticato Augusto Daolio, con i Nomadi. E aveva ragione: come possiamo giudicare gli altri? Con quale diritto?

Uno degli elementi cardine del coaching è proprio l’assenza di giudizio. E lo è perché il coach sa che, nella maggior parte dei casi, non ha alcun senso giudicare il prossimo. Ciascuno è unico a modo suo, diverso dagli altri. Giudicarlo, dunque, ci porrebbe in una posizione gerarchicamente superiore. Ma questa gerarchia non esiste.

Allora, perché siamo così portati al giudizio?

I motivi sono legati indissolubilmente alla nostra storia evolutiva.

L’evoluzione, infatti, ci ha insegnato a catalogare il mondo, ad affibbiare etichette e a distinguere gli amici dai nemici. In passato, quando vivevamo in grotte o palafitte, riconoscere i “buoni” dai “cattivi” era di fondamentale importanza. E lo è anche oggi, chiaramente. Per questo motivo prima ho specificato che giudicare è inutile “nella maggior parte dei casi”.

Per fortuna, però, molti di noi non vivono in un mondo ostile come quello dei nostri antenati, quindi possiamo permetterci di relegare questa propensione naturale alle situazioni di potenziale pericolo.

Ma la questione è ancora più profonda e complessa.

Sì, perché c’è un’altra faccia della medaglia: quella che vede noi nel ruolo di “giudicati”. Quello del giudizio altrui, in effetti, è un cruccio che si trascina negli anni e ci accompagna per tutta la vita. E la ragione è la stessa di prima, di matrice evoluzionistica.

Siamo animali sociali, siamo programmati per vivere in società. Per i nostri antenati, non essere accettati significava restare soli e morire di fame, o sbranati da un animale inferocito. E il nostro cervello primitivo non lo ha dimenticato, per questo ci ha fornito strategie evolute per far fronte alle nuove esigenze di accettazione sociale.

Ma dobbiamo fare attenzione.

È davvero sempre importante essere accettati? E vale la pena struggersi per questo?

Pensiamo ai troppi adolescenti che, pur di essere accettati da un gruppo, si spingono oltre ogni limite, mettono in pericolo la loro vita e quella degli altri. Dai salti in piscina dal balcone ai riti di iniziazione in alcune “sette” universitarie, da prove da superare per inviti a feste “riservate” alle “sfide” via web.

L’adolescenza è un periodo molto particolare, sotto questo punto di vista. L’accettazione sociale è molto sentita e, spesso, sembra essere l’unico vero motivo di vita.

Ma quando è davvero necessario rischiare pur di essere accettati in società? Nei casi sopra citati, vale davvero la pena mettere a rischio la propria vita? E, per un adulto, vale davvero la pena barattare la propria dignità per una promozione, per una tessera di partito o per l’accesso a club “esclusivi”?

E ancora: l’accettazione da parte degli altri è sempre sinonimo di prestigio? Il giudizio altrui è sempre sincero? È davvero necessario, o lo cerchiamo solo per riempire dei vuoti che abbiamo dentro, arrivando fino a ragionare con la testa dei nostri “giudici”?

Molte domande, troppe.

I miei nonni mi hanno insegnato molto, sulla vita, e ricordo che, una volta, mi raccontarono una storia molto interessante.

Un uomo malato, suo figlio piccolo e un vecchio mulo partono per un lungo cammino. L’uomo sale in groppa al mulo e il bambino gli cammina accanto. Arrivano nella prima città in cui sostare per la notte e sentono strane voci, su di loro. «Che pessimo padre, lascia che il figlio cammini a piedi, mentre lui monta in sella.»

Il mattino seguente, allora, il padre fa salire il figlio sul mulo e gli cammina accanto, con le ultime forze. Arrivano nella seconda città, per la successiva sosta notturna, e di nuovo sentono parlare di loro. «Guarda che vergogna, quel bambino. Lascia che suo padre malato cammini a piedi mentre lui si riposa sul mulo.»

Il giorno seguente, padre e figlio, memori delle voci sentite sino a quel momento, salgono entrambi sul mulo e arrivano nella terza città in cui sosteranno, prima dell’ultima tappa, con il povero, vecchio animale stremato. Con sorpresa, però, anche lì qualcosa non va. «Che oscenità! Pur di non camminare a piedi, quei due stanno uccidendo quel povero mulo, con il loro peso.» Dice, la gente.

Padre e figlio riflettono ancora e, il mattino seguente, partono: entrambi a piedi, con il mulo sgombro da ogni peso. Arrivano a destinazione fieri di ciò che hanno fatto, ma non vengono accolti come speravano. «Che famiglia di idioti, hanno un mulo e camminano a piedi!» Commentano, gli altri.

Credo che questa storia sia una metafora perfetta per riassumere ciò che intendo.

Il confronto con gli altri può essere un ottimo spunto di crescita, ma io credo che dobbiamo stare attenti: non dobbiamo mai permettere che le idee altrui si sostituiscano alle nostre, dobbiamo sempre mantenere vivo il nostro spirito critico e restare in contatto con la nostra vera identità. Questo credo.

Allo stesso modo, dobbiamo evitare di trasformarci in “giudici”.
In fondo, nessuno ha davvero il diritto di giudicare gli altri e nessuno conosce le soluzioni più adatte alle nostre esigenze meglio di noi stessi. Ecco perché il coach non dà consigli e non giudica, ma pone domande affinché sia il coachee a trovare le proprie risposte.

Lo stesso vale per questo articolo: non prendere per verità assoluta ciò che ho scritto, riflettici su e decidi in autonomia se essere d’accordo o meno con quanto ho detto.