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Nel bene c' sempre un p di male

Di Marcella Di Martino | 01.02.2017

Per poter cambiare atteggiamento è necessario partire da un’analisi delle convinzioni e dei valori.

Nel bene c’è sempre un po’ di male e nel male c’è sempre un po’ di bene

Ci sono alcune persone che in virtù della legge dell’attrazione scelgono di allontanare da sé le persone con “energie negative”, per fare “pulizia” nella propria vita ed essere circondate solo di positività.

Richiamando lo Yin e lo Yang, nel bene c’è sempre un po’ di male, e nel male c’è sempre un po’ di bene. A mio avviso è un discorso diverso selezionare le frequentazioni sulla base delle affinità. Che scopo ha questa pulizia? Forse quello di ritrovarsi più soli? Non siamo noi per primi che stiamo operando un giudizio? Ognuno è in questo percorso di vita per compiere il suo viaggio dell’eroe, per affrontare le sue sfide personali. Come dice il Dalai Lama ognuno è alla ricerca di un suo modo per essere felice. Noi abbiamo bisogno degli altri. La legge dell’attrazione dice che dobbiamo essere grati agli altri, amarli così come sono, anzi esorta a vedere lati belli delle persone anche quando ancora non si sono manifestati: il nostro inconscio influenza infatti il comportamento degli altri.

Da dove si può partire per sperimentare comportamenti e modi di essere alternativi nei confronti di queste persone?

Come spesso accade, per poter cambiare atteggiamento è necessario partire da un’analisi delle convinzioni e dei valori.

Ad esempio, ad ognuno di noi sarà capitato sul lavoro o nel privato di conoscere una persona che monopolizza gli interlocutori parlando sempre di sé e dei suoi problemi, o che chiede continuamente consigli che tassativamente poi non seguirà mai e che sembra non avere neanche intenzione di valutare. La sua priorità sembra essere sfogarsi e lamentarsi. A volte queste persone portano all’esasperazione, e noi ascoltiamo passivamente, e non vediamo l’ora che termini quel “prosciugamento energetico”. Quando ero adolescente conoscevo una persona che si lamentava sempre e mi ricordo che allontanavo il viso dalla cornetta del telefono e la lasciavo parlare: il mio ascoltare mi sembrava tempo perso, ma allo stesso tempo mi sembrava poco carino troncare la conversazione, e non sapevo come comportarmi.

Eppure queste persone in quel momento stanno invadendo la nostra libertà senza porsi limiti, pensando che lamentarsi sia un loro diritto. Se proviamo ad ampliare il nostro punto di vista riconoscendo la tipologia dell’interazione più che il contenuto della conversazione riusciremo forse a mettere dei paletti e a restituire valore al nostro tempo salvaguardando la nostra libertà. Ci illudiamo di fare del bene sopportando, lasciandoci invadere, ma in virtù di quale convinzione? Forse c’è un valore alla base che stiamo cercando di preservare? Ad esempio è considerato una buona azione, come “fare del bene”? C’è qualche convinzione radicata da tempo immemorabile dentro di noi come "ricorda di essere buono con i più deboli"? Chi l’ha detto che queste persone sono più deboli? È più un bene per la persona compatirla o rimandarle quale ruolo sta agendo nella comunicazione?

Durante le sessioni di coaching, attraverso le domande potenti, come castelli di sabbia, i coachee vedono crollare quelle convinzioni limitanti in virtù delle quali esprimevano i propri comportamenti. In questo caso, ad esempio, già invitare molto semplicemente il coachee a riflettere su come possa una persona prosciugare le proprie energie può far capire che siamo proprio noi che le stiamo conferendo questo potere. È utile tenere saldi i legami ma dandogli un diverso e giusto senso: il diritto al lamento è considerato più importante della salvaguardia del nostro benessere? É la nostra reazione agli eventi a determinare la realtà, sul filtro del nostro vissuto interiore e delle nostre convinzioni.

È sempre opportuno tenere bene a mente quello che dice Jung, cioè che ciò che ci irrita negli altri può aiutare a capire lati nascosti di noi. Se per esempio una persona è decisamente intollerante ai lamenti di un’altra, ma non riesce a trovare una sua modalità per interagire, potrebbe in realità non concedere spazio e comprensione nella sua vita proprio alla sua parte lamentosa.

Attraverso il metodo del coaching, le persone si allenano a mettere in discussione quelle che sono considerate verità assolute o doveri morali, sulla base di presupposti sbagliati, ritrovando così un diverso allineamento tra convinzioni, valori e comportamenti.