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Abbandoniamo la sindrome del treno mancato, i binari non servono

Di Laura Danza | 09.01.2017

Tocchiamola questa vita, scostiamo tende, spalanchiamo finestre, lasciamo entrare il nuovo e andiamo incontro a ciò che ci appare diverso.

Nessun essere umano, può avere un percorso di vita in un senso o nell’altro e ancor meno procedere dritto fedele solo ai propri pregi o difetti. La vita è lunga e ricca di avvenimenti, cambiamenti, incontri, avversità, successi. Noi siamo tutto e il contrario del tutto. Cambiamo, subiamo flessioni, insomma ci evolviamo.

Ma ci evolviamo in modo incostante, diverso. Abbiamo periodi di grande efficacia operativa ma anche bisogno di momenti di respiro, calma. Di fermarci per poi riprendere. Periodi dedicati all’agire, altri alla riflessione che genererà nuove azioni. Ed ognuno a modo suo, con la sua personalità, il suo punto di vista.

Personalmente ho imparato che le classificazioni, intese come etichette, sono molto pericolose. Non tanto per chi le subisce, ma molto di più per chi le usa come modalità di pensiero. Affidarci ad una classificazione di genere limita la nostra capacità di osservazione libera, di ciò che abbiamo davanti a noi, impedendoci di cogliere nuovi aspetti, ispirazioni, valutazioni. Questa limitazione, di cui ci auto-dotiamo, ferma quella meravigliosa possibilità che è l’apertura del nostro campo visivo, blocca quel circolo positivo che si crea quando le persone si confrontano tra loro fondendo diversi punti di vista. Immobilizza la conoscenza, umana e professionale. Nel percorso individuale, ritenersi appartenenti ad un genere, ci fa percepire la realtà come un binario dove procedere sempre dritti. Sì, si può fare ma, tutto il resto?

Non perdiamoci nemmeno uno scorcio, di ciò che l’esperienza umana ci riserva. Basta sostituire piccoli modi di dire, che lentamente ci hanno convinto di una verità che magari siede lontana tra i vecchi banchi si scuola. Quando ci sorge il pensiero “ma io sono fatto così” fermiamoci e guardiamo quel pensiero. In realtà, che vuol dire? “Sono fatto”…e perché siamo forse un vaso a cui è stata data una forma, un colore, un peso prestabilito? No, non credo nessuno lo sia. Ma non serve nemmeno essere drastici, catastrofici “devo rompere i miei schemi mentali”.. che paura! Già dirlo suscita un effetto di deflagrazione, fatica, pezzi da ricomporre. Non è utile.

Cominciamo a rinnovare il nostro linguaggio, e sostituire le vecchie frasi con “io in passato ho agito così, in quale altro modo potrei fare oggi” “in fondo io non so fin dove potrei arrivare, riflettiamo, potrei trovare nuove modalità”. Se qualcosa proprio ci fa fatica da affrontare, rivolgiamoci ad un amico od a un collega bravo in quella situazione, e confrontiamoci assorbendo il suo punto di vista. Chiediamo, domandiamo, guardiamoci intorno, in una parola sperimentiamo. Tocchiamola questa vita, scostiamo tende, spalanchiamo finestre, lasciamo entrare il nuovo e andiamo anche noi incontro a ciò che ci appare diverso.

Non è importante prendere il treno giusto, è importante camminare, guardando, fermandosi. Il binario può dare un’illusoria sicurezza, ma solo lasciandolo, provando sentieri nuovi si può misurare se stessi sviluppando nuove forze e nuovi talenti. Non lasciamoci condizionare da ciò che ci hanno detto che eravamo, noi siamo argilla fresca, possiamo prendere forme sempre nuove, fino a giungere alla rinascita del più grande mistero che è la grande e potente possibilità di diventare ..ciò che veramente siamo.