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Abbiamo tutti la Ginga nel cuore

Di Laura Danza | 12.07.2016

La “Ginga” non può essere insegnata. È nell’approccio, nello scorrere del sangue, nella velocità in cui il pensiero si traduce in azione.

La Ginga è quell’abilità, quell’istinto, che permette di entrare in sintonia con un’azione. Nasce in Brasile, come deriva della capoeira portoghese. Questa abilità è il segreto dello straordinario gioco del calcio brasiliano. Gli atleti brasiliani hanno la Ginga come dono genetico, essa gli dona la capacità di dribblare, passare la palla e fare goals come se l’altra squadra non esistesse. Una capacità quindi, che li rende bravi ad entrare in sintonia con un’azione che richieda al contempo fisicità, controllo, visione d’insieme e il coraggio di osare.

La “Ginga” sicuramente non può essere insegnata. È nell’approccio, è nello scorrere del sangue, nella velocità in cui il pensiero si traduce in azione. “Ginga” è un modo di non prendere le cose solo in modo cerebrale, libera l’uso di tutto il corpo, in partita e…fuori. Si, fuori, nella vita e nel lavoro. Ginga è una possibilità di far fluire senza timori la nostra personale interpretazione di un agire. Di qualunque tipo di azione si tratti. E la possediamo tutti, ed anche se noi non la chiamiamo Ginga i colori interiori sono gli stessi.

Questa riflessione mi è sorta vedendo il bellissimo film sulla vita del grande Pelè, dove viene ben descritta questa capacità potente, tutta personale. E nel corso della storia, vera, viene narrato che nel momento in cui all’atleta, ed alla sua squadra, viene imposto di non usare la Ginga ma di uniformarsi ai modelli di gioco europei, ritenuti più raffinati e più adeguati ad una partecipazione mondiale, la squadra e lo stesso Pelè crollano, si bloccano. Il grande atleta ce la mette tutta nell’adeguarsi al modello imposto, rinunciando a se stesso ed alla sua origine, quasi accettando che fosse una vergogna, una modalità primitiva. E per imitare i giocatori europei, si trasforma in ciò che lui non era, eppure loro erano bravi, loro appartenevano mentalmente a quel modello, ma i brasiliani no, su di loro il modello imposto non funzionava. Come un abito della misura sbagliata.

Questa profonda distonia tra l’essere ed il fare lo porta a pensare di abbandonare il calcio. Poi accade che la scintilla di un pensiero ispiratore, mentre era in campo, gli fa prendere coraggio e, andando contro tutto, tira fuori la sua Ginga, ci crede, si lancia, afferma se stesso e magicamente contagia tutta la squadra. È un attimo, tutto si trasforma e prende la sua essenza, era il 1950, il resto è storia.

Questa reale esperienza è una meravigliosa metafora, ciò che va bene per altri non significa sia la cosa giusta per noi. Si tende a nascondere se stessi, ad uniformarsi ad un modello riconosciuto e precostituito, per essere accettati o affinché ci venga affidato un incarico. Ci vuole coraggio per agire come sentiamo di voler fare nelle corde più intime, ma la magia è proprio lì. Dentro di noi la risposta già c’è, dobbiamo solo trovarla e farla nascere. Non temiamo la nostra diversità, non dobbiamo somigliare a chi ci ha preceduto. Ognuno di noi possiede colori tutti suoi.

L’ intuito è un’ottima chiave di violino per dar vita alle nostre capacità, e per perseguire l’ obiettivo che ci siamo preposti il coaching è lo strumento più adeguato.