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Boom: il suono della scelta

Di Giuditta Tanzarella | 10.09.2015

Raramente è la vita a darci l’ultimatum: tendenzialmente lei ci da sempre opportunità

Ora. Non un attimo prima e non un attimo dopo.
È il momento in cui una decisione prende vita e nulla è come prima.
Ma cosa è una scelta?
È trovarsi tra due strade e scegliere quella da percorrere.
È rimanere immobili.
È tornare indietro.
Qualunque azione si decida di compiere è dare vita a qualcosa.

Sempre più orientati al multitasking, ci troviamo sempre più spesso immobilizzati quando si tratta di scegliere veramente fra qualcosa.

Spesso, più posso scegliere più non so cosa voglio:
Se metaforicamente mi trovassi ad un bivio, quali sono le reazioni in cui quasi certamente potrei riconoscermi?

Nella più tradizionale delle scene, si procrastina la scelta al dopo: Il classico "sto immobile".
L’alibi, solitamente è: devo riflettere meglio. Vediamo "come si mettono le cose".
Risultato: magicamente mi sento sollevato, almeno momentaneamente.
Mi sento assolto da quel senso di dovere con cui mi scontrerò poco dopo.
Non è poi così male sapere che, tutto ancora, è possibile.

La scena alternativa: facendo un passo indietro, ho ancora le stesse sicurezze?
Quelle di quando non si ventilava ancora questo senso di insoddisfazione, quella smania che si cerca di accantonare ma che ogni tanto pressa all’altezza dello stomaco ?
Pare di si.
Mi misuro, cerco di auto propormi delle situazioni e tento anche di convincermi che non sono poi tanto male, ma il punto è un altro: Tutto è ancora possibile.
Che sia procrastinare o che sia fingere che tutto sia esattamente come prima, come quando andava tutto come doveva, gli stati d’animo possibili derivanti da condizioni di tale genere sono tre:

Il primo: calma apparente .
Parola d’ordine: silenzio.
Perché non c’è termine che spieghi questa sensazione che da un lato rassicura ma dall’alto soffoca, da un lato tranquillizza e dall’altro spegne la luce, da un lato mi sorride e dall’altro mi giudica vigliacco.
Tale situazione di solito, è quella che riconduce di nuovo al via, quello dello "stiamo a vedere".

Il secondo risultato possibile: la sensazione della fuga.
Che sia da una parte o dall’altra, l’importante è: non sentire!
Non sentire quello che ci dice la nostra mente razionale e fredda, non sentire quello che ci suggerisce il cuore così fragile e buonista, non sentire ciò che ci comunica il nostro corpo, così stanco e vulnerabile.
Facciamo mille cose insieme, mille idee che si scaraventano l’una sull’altra, un momento giù, poi su, le montagne russe più individuali e pazze del mondo.
Tempo di autonomia: breve con picchi di visionarietà e onnipotenza, prima di stramazzare esausti su un divano di timori e titubanze vestite di nuovo.
Alla lunga, dove ci troveremo?
In situazioni travestite di soddisfazione ma nelle quali manca sempre qualcosa per renderle proprio nostre e di solito, quel qualcosa, non ha mai a che fare con noi.
Dove mi porta tale condizione? Al punto di prima.
O procrastino o continuo a barcamenarmi, vediamo come andrà.

Il terzo stato d’animo: la resa
Non ce la faccio a decidere: ferisco la nonna, il gatto, la zia, come potrei?
E qui è il paradiso degli alibi, ma travestiti di altruismo.
Quegli alibi che costruiscono un’orchestra e che fanno danzare per giorni, fino a quando, esausti di ballare portati dagli altri, ci si trova in mezzo alla pista e " Stong".
La musica si ferma.

E in quel momento, che lo si voglia o no, o si balla o si esce da una pista satura di persone.
Cosa avverrà qui può essere curioso.
Ciò che è certo è che arriverà l’attimo in cui gli alibi non sosterranno più le nostre gambe, ne il nostro cuore, ne sazieranno la mente.
O balleremo o ce ne andremo, ma per scelta, non per condizione.

Ed accade qualcosa, ad un certo punto, che nel nostro stomaco fa BOOM.

Abbiamo superato quasi catatonicamente le varie fasi del "ci penserò più avanti”, " faccio finta di nulla e vediamo come va", " non posso perché": siamo provati, stanchi, assetati e quasi demoliti dalle mille congetture e considerazioni costruite e smontate un secondo dopo l’altro, e di colpo: facciamo un passo, ma non un passo qualunque.
È come il primo passo quando iniziamo a camminare.
Barcolliamo, ci teniamo stretti ad un appoggio per tenere l’equilibrio, ci sentiamo insicuri ma è talmente necessario muoverci che nulla riesce più a trattenerci.
È il primo passo verso un nuovo cammino.

Abbiamo metabolizzato, fatto i conti con i nostri valori, reso giustizia alle nostre responsabilità.
Abbiamo scelto la via da seguire.
Siamo arrivati dove volevamo: perché se siamo a quel bivio, difficilmente ci siamo arrivati per caso.
Raramente è la vita a darci l’ultimatum: tendenzialmente lei ci da sempre opportunità.

Cosa è successo che ci ha fatto spostare da un punto ad un altro?
Semplice, abbiamo compiuto e terminato il nostro percorso, quello necessario, che ci preparava alla curva più inaspettata, alla svolta più temeraria, quella decisiva in cui "Non riesci a vedere quello che c’è dopo, ma vai a tutta velocità per scoprirlo".
E bisogna esser pronti, aver avuto la giusta convinzione e la giusta serenità per affrontarla nel migliore dei modi, così da avere la certezza di non voler più voltarsi indietro, dopo, ma solo accelerare in avanti.
È tutto qui. Tutto qui.