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Quando la profezia si auto avvera

Di Giovanna Giuffredi | 27.04.2015

Come una visione parziale, può innescare proprio ciò che più si teme

Incontro i docenti di una scuola superiore, mi ha invitato un insegnante per aiutarli a gestire gli studenti. Sono preoccupati per l’andamento critico soprattutto di un paio di classi. Chiedo loro di parlarmi dei loro ragazzi. Li ascolto lamentarsi della mancanza di disciplina, del chiacchiericcio continuo, della maleducazione, dello scarso profitto, della svogliatezza, delle assenze ingiustificate, assenza di metodo, ecc. Annoto con cura tutto su un lato della lavagna. Quando chiedo loro di raccontarmi cosa apprezzano dei loro studenti, restano perplessi, si guardano smarriti, cercano delle risposte che arrivano a fatica. In che senso? Mi chiedono. Sul lato sinistro della lavagna sono ben incolonnati tutti gli aspetti negativi, la parte destra dedicata agli aspetti positivi è vuota. Nessuno ha segnalato qualcosa di buono nelle classi. Possibile?

Lo stesso risultato lo colgo quando due genitori vengono a chiedere aiuto per i figli. Iniziano elencando tutto ciò che non va, quanto li fanno disperare, facendone un quadro disastroso. E la domanda su cosa apprezzano dei figli, sortisce lo stesso effetto che ha avuto sugli insegnanti.

Il nostro atteggiamento mentale, influenza inevitabilmente tutti i canali della comunicazione verbali e non verbali, che riflettiamo inevitabilmente sul prossimo. Se la mente è focalizzata sempre e solo su aspetti riprovevoli, inevitabilmente innesca modalità giudicanti, attese fallimentari, che a loro volta generano chiusura, allontanamento, demotivazione. E’ quel noto meccanismo vizioso, definito profezia che si auto avvera. Si ottiene proprio ciò che più si teme.

La soluzione non è ovviamente solo ribaltare meccanicamente gli atteggiamenti verso i giovani, ma cominciare a percepirli in modo completo ed equilibrato.

Si può accusare un ragazzo di essere indolente e contemporaneamente rinfacciargli di dedicare tutto il tempo libero al gruppo musicale? E’ un messaggio incongruente: o manifesta indolenza o impegno. Se il punto è il disinteresse per la scuola, va affrontato per quello che è, senza necessità di affibbiare etichette, che diventano per i ragazzi marchi e a volte anche alibi "tanto si sa che io non ho voglia di fare niente". Le ragioni delle difficoltà scolastiche possono essere diverse, mancanza di metodo, lacune da colmare, incomprensione di una parte del programma, ecc. Tutti aspetti da distinguere e per ciascuno c’è una soluzione specifica, ma la disapprovazione costante provoca un calo dell’autostima, difficilmente sanabile.

Osservateli nel loro quotidiano, in mezzo ai compagni, mentre si dedicano ai loro interessi. Osservate ciò che fanno e come lo fanno, ampliando il campo anche e soprattutto al di fuori della scuola. Quali sono le capacità, le risorse che manifestano? Sono socievoli, collaborativi, atletici, abili nella gestione dei social network , dell’i-phone o del pc? Sono super aggiornati nella musica che amano, nello sport, nei video giochi o altro? In ciascuna attività mostrano quelle che nel mondo del lavoro sono chiamate competenze trasversali, sulle quali i loro genitori spesso sono costretti ad aggiornarsi.