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Di aquile, alberi e guerrieri

Di Francesca Bernava | 27.11.2017

Dove Coaching e Yoga si incontrano

Le bollette le hai pagate? Il template della presentazione non mi convince, rifaccio. Ricordati che il treno
domattina è alle 7.00. Sono anche pronti gli esiti degli esami. Ma quando finisci di leggere il libro che hai
iniziato il mese scorso? Stendi i panni che altrimenti non asciugano in tempo. Il Coachee ti aspetta domani
alle 13:00, il Mentor invece alle 19:00. Magari compra già ora i biglietti della metropolitana così poi non perdi
tempo in coda alle macchinette.

Fatemi scendere! Ho bisogno di lentezza e silenzio.

Ma adesso me lo prendo un po’ di tempo per rilassarmi, mica posso scoppiare.

È autunno sulla via per l’ufficio, nella luce del pomeriggio, nella zuppa calda per cena, nel cassetto dei
maglioni.

È autunno nel mio corpo e un po’ anche nell’animo.

“Mi faranno dire OM?!” penso mentre srotolo in due secondi il tappetino in mezzo alla sala. Sono pronta per
la mia prima lezione di yoga.

Il mio corpo sente i Kg dei pensieri che non tacciono e mi avvertono che io con quelle posizioni e quegli
equilibri c’entro ben poco.

Ci provo a fare tutta la sequenza dei saluti al sole, a tenere l’equilibrio dell’albero e a sentire la solidità del
guerriero. Ma la mia mente non si allea col corpo e sono tutta affanno, respiro corto e frustrazione.

La prima lezione è più fatica che piacere: mi aspettavo tutt’altro esito, avevo bisogno di scendere giù dalla
giostra per fare il vuoto e sentirmi leggera.

Però qualcosa succede: Celeste, l’insegnante, di fronte alla mia ruggine e fatica non si scompone, ma le
accoglie e le accarezza.

Non le combatte ma le affianca.

“Chi vuole e se la sente, può portare la gamba fino a qui; altrimenti questa è già un’ottima posizione”. Mi
sento a mio agio, nonostante tutto. Celeste ha visto l’albero dove ora c’è la ghianda e io sento che il tempo
e la fiducia ci daranno ragione. Celeste è una Coach, anche se lei non lo sa.

Così torno 2, 10, 20 volte.

Intanto l’autunno si è fatto inverno ma in me e’ già primavera.

Pratica dopo pratica, mi connetto con il mio respiro: visualizzo l’aria che entra nel naso, dalla gola passa ai
polmoni, fin giù nella pancia.

La mia pancia diventa un palloncino colorato che gonfio e sgonfio con consapevolezza e cura.

La consapevolezza e la cura del respiro modellano la presenza nelle asana: sono la forza dell’albero dalle
radici ben salde al tappetino, sono la mente ferma e lucida del guerriero, l’occhio vigile e chirurgico
dell’aquila, sono l’equilibrio e la simmetria del loto.

Il viaggio nel regno animale, vegetale e umano rivela e racconta le mie emozioni. Le accolgo, ascolto e
interrogo. Mi parlano di bisogni e desideri che indicano direzioni e azioni.

I pensieri su ciò che e’ già stato e ciò che sarà tornano spesso a interrompere il mio ascolto ma sono nuvole:
arrivano, cambiano forma e si dissolvono quando riporto l’attenzione al mio corpo che respira.

La pratica diventa l’olio che scioglie la ruggine delle giunture e restituisce alla mente il presente; “Il tuo corpo
è cambiato in questi 9 mesi, Francesca”.

Lo vedo e lo sento, Celeste. Lo sento nella fluidità dei movimenti e nel gusto della fatica. Lo vedo nelle linee
e nelle lunghezze che disegno.

Quello che la mente teme, il corpo non fa. Quello che il corpo fa, anche accompagnato dalle mani di Celeste,
la mente ricorda e lo trasforma in fiducia, aprendosi nuove possibilità.

Ho una sensazione ricorrente in questi 9 mesi di pratica che mi sorprende ogni volta: al termine di Shavasana,
dopo il rilassamento finale, i miei sensi sono più ricettivi e sensibili. Gli occhi vedono colori brillanti e contorni
più nitidi; i suoni e i rumori del mondo non sono più uno sfondo ma voci distinte. E mentre lo racconto sorrido
ripensando all’immagine che tempo fa mi ero divertita ad associare alla Coach che voglio essere: un buffo
fumetto in cui le mie orecchie sono grandi come quelle di un elefante e gli occhi sono due potenti obiettivi
senza filtri speciali.