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Intervista a Pietro Di Pumpo - Ex atleta e allenatore di ginnastica artistica

Di Monica Paliaga | 12.10.2016

Pietro Di Pumpo ha 39 anni, nasce a Pesaro dove inizia la sua attività da ginnasta all’età di 7 anni.
L’amore per la ginnastica è stato amore a prima vista e tutta la sua infanzia ha girato intorno ad allenamenti, palestre, gare. All’età di 17 anni è arrivata la convocazione in Nazionale e le cose sono diventate “più serie”, come anche innumerevoli e ripetuti infortuni che gli hanno creato molti problemi non solo fisici e che l’ hanno portato a chiudere la sua carriera da atleta all’età di 28 anni. Da 10 anni allena il settore agonistico GAM della Polisportiva Celle di Rimini dove la sua passione continua e dove cerca di aiutare gli atleti a realizzare i loro sogni.

Pietro, come hai conosciuto lo Sport Mental Coaching?
Non l’ho conosciuto direttamente ma attraverso alcuni miei atleti. Ho cominciato a vedere i ragazzi approcciare gli attrezzi in modo diverso, con una consapevolezza che non avevo mai visto prima e ho chiesto loro cosa stesse succedendo. Mi hanno spiegato che avevano scelto di iniziare un percorso di allenamento mentale per vivere meglio la loro attività, gestendo emozioni, tensioni e difficoltà. La mia prima reazione è stata “Avessi avuto anche io una persona accanto che mi facilitasse il percorso....” , poi ne ho voluto conoscere uno.

Come è partita la collaborazione con il Mental Coach?
Il lavoro è partito subito all’insegna della condivisione e collaborazione, soprattutto perchè avevamo e abbiamo un fine comune: il bene degli atleti! Immediatamente mi è parso molto chiaro il fatto che corpo, mente e spirito fossero tre parti molto legate tra di loro e che non fosse più sufficiente allenare solo il fisico e la tecnica per raggiungere il benessere personale e dei buoni risultati. Se i miei atleti avevano un certo approccio, la prima cosa da fare era quella di apprenderlo e di adeguare il mio linguaggio al loro.

Come si svolgeva il lavoro ?
Il Mental Coach veniva in palestra per osservare i ragazzi, per provare ciò che durante le sessioni mettevano a punto e mi allenava ad allenare, offrendomi altre lenti con cui osservare non solo i gesti tecnici degli atleti, ma quello che c’era dietro ed ho scoperto davvero un mondo! Ho appreso strategie di allenamento mentale per aiutarli a definire i loro obiettivi, per controllare il loro dialogo interiore e trasformare i pensieri negativi in positivi, praticare la visualizzazione, aumentare la concentrazione, gestire la tensione della gara, potenziare motivazione ed autostima.

Come è cambiato il lavoro con i ragazzi e che feedback ti danno?
I miei atleti hanno avvertito immediatamente che anche in me qualcosa stava cambiando, soprattutto nel linguaggio che utilizzavo. Sono, ora, più distaccato nel senso che sono più oggettivo e rimando loro solo ciò che osservo, senza filtri dovuti al mio essere un ex atleta nazionale. Questo ha creato un circolo virtuoso, dove non esistono più false aspettative, giudizi, paure di non essere all’altezza, ma motivazione e consapevolezza delle proprie risorse e traguardi. La cosa più bella che mi sono sentito dire dai ragazzi è “Grazie Pietro. Ci stai insegnando a prenderci sul serio, divertendoci”.

Consiglieresti ai tuoi colleghi un percorso del genere?
Assolutamente si. E’ impagabile l’allargamento della prospettiva che raggiungi e la scoperta di risorse che non sapevi neanche di avere.