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Intervista a Federico Bronzetti

Di Monica Paliaga | 14.06.2016

Tennista (Classifica 2.4)

Federico Bronzetti è un tennista che ha scelto il professionismo in questo sport e che ha scelto di lavorare sulla sua parte mentale perchè convinto potesse fare la differenza.
Da un anno circa segue un percorso di Coaching e in questa intervista ​ fa il punto sul ​questa esperienza.

Cosa ti ha spinto a rivolgerti ad uno Sport Mental Coach?

Salito di classifica, mi sono trovato a misurarmi con atleti molto forti e in partita ero sempre più teso, tanto che la gestione delle mie emozioni era diventata impossibile.
In allenamento ero un giocatore ed in partita neanche la sua lontana ombra.
Volevo assolutamente trasformare in fermezza e decisione tutta la preparazione fisica sostenuta in previsione del torneo, superare i numerosi blocchi emozionali, sfruttando al meglio le mie energie mentali e fisiche.

In cosa è consistito il tuo lavoro con lo Sport Mental Coach? Come si svolgeva?

Il lavoro era strutturato in sessioni, diverse tra loro.
Mi spiego meglio. Fatta chiarezza su un aspetto su cui lavorare, venivano strutturati tre incontri:

1) Sessione one to one in studio dove lavoravo sulla consapevolezza di me stesso e delle mie capacità al fine di arrivare al mio obiettivo, che cercavo di raggiungere mettendo in atto un piano d’azioni, gesti ed esercizi da provare concretamente in allenamento.
2) Sessione in allenamento dove il coach “in ombra” osservava la messa in atto del mio piano d’azioni e io applicavo le scelte, cercando di percepire le sensazioni sia fisiche che mentali che quei gesti ed esercizi mi rimandavano.
3) Sessione di feedback in studio dove restituivo le miei sensazioni al coach che, come uno specchio, mi aiutava ad analizzare “in assenza di giudizio” il mio allenamento alla luce di ciò che avevo applicato e ottenuto.
Questa sessione era molto importante perchè mi permetteva di ancorare nella mia mente ciò che aveva funzionato, spingendomi a ripeterlo finchè non diventava qualcosa di naturale e spontaneo, insomma, parte di me.

Ci sono stati immediati risultati che hai raggiunto?

La prima cosa su cui ho lavorato è il goal setting, ossia focalizzare chiaramente quali fossero i miei reali obiettivi.
E’ stato un passo illuminante: mi sono reso conto che non avevo reali obiettivi e che se inseguivo qualcosa erano le aspettative degli altri, allenatori, familiari e questo mi metteva una pressione incredibile. Gli obiettivi sono una cosa e le aspettative tutt’altro.
Questa realizzazione è stato il primo grande risultato.
Altro risultato immediato è stato rendermi conto che mente e corpo devono essere sincronizzati, ossia, devono andare nella stessa direzione e agire nella stessa dimensione temporale.
Allenandomi, ho realizzato che spesso il mio pensiero era da una parte, che poteva essere un vecchio torneo andato male, un allenamento fallimentare ed il mio corpo era in campo in quel momento a fare esercizi specifici. Risultato? Zero concentrazione, nessuna presenza, errori continui, poca efficacia. Ho cominciato a svuotare la mente e a indirizzarla solo su ciò che dovevo fare.

Cosa hai scoperto di te? E come lo hai utilizzato?

Ho scoperto di avere un’attivazione mentale piuttosto lenta.
Questo fattore si rifletteva negativamente sia nei primi scambi durante una partita, in cui cominciavo ad essere presente dopo tre/quattro giochi, che nella scelta di un colpo rispetto ad un altro durante il match, soprattutto nei momenti più decisivi.
Grazie al coaching ho realizzato che potevo agire sulla mia attivazione mentale, allenandola con appositi esercizi, il più importante è stato sicuramente la “visualizzazione”.
Ho cominciato a vedermi in partita prima di viverla realmente, come se realmente la stessi giocando, sentendo tutti i movimenti che il mio corpo doveva fare per effettuare i colpi migliori, vedendo la risposta dell’avversario, il campo in cui giocavamo.
Questa visualizzazione preventiva mi permette di affrontare la partita in uno stato di grande concentrazione: più è chiaro il mio campo, le mosse del mio avversario e le sensazioni dei miei colpi, perché li ho già vissuto nella mia mente e più sarò in grado di gestire quegli inevitabili imprevisti che mi si presenteranno strada facendo, per poi rientrare in quello che era il mio originario progetto di gara»

Potresti darmi una definizione di coaching data la tua esperienza?

E’ un servizio che ti permette di lavorare sulla tua identità, divenendo una vera e propria chiave per aprire le porte del tuo successo!
Occorre assolutamente avere un’identità che rispecchi quello che vuoi ottenere e quello che vuoi raggiungere, che sia funzionale a questo scopo.

Lo consiglieresti?

Assolutamente si. Riprendendo la frase guida della mia coach e riparafrasandola, concludo dicendo “Fai della tua partita il migliore dei tuoi viaggi”.

Buon viaggio a tutti!