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Luigi Busa': '' Il Coaching e' la mia arma in piu' ''

Di Sonja Caramagno | 03.06.2016

Intervista al campione mondiale di karate.

Insieme con altre migliaia di fan, grandi e piccini, del mondo del Karate, seguo Luigi Busà da tempo immemore, non solo per le origini siciliane che ci accomunano. Karateka di riconosciuto valore mondiale nella specialità del kumite, ossia dei combattimenti, Gigi – come viene chiamato dagli amici – ha raggiunto risultati sportivi nella sua disciplina mai visti in precedenza. Undici volte di seguito medaglia d’oro ai Campionati italiani, dal 2006 ad oggi, ha ottenuto il più alto gradino del podio anche agli Europei (nel 2007 e nel 2012) e ai Mondiali (nel 2006 e nel 2012), “accontentandosi” in altre quattro occasioni dell’argento: nel 2009 e nel 2011, quello europeo; nel 2010 e nel 2014, quello Mondiale.
Qualche settimana fa, dopo l’undicesimo titolo iridato ai Campionati Italiani, gli ho chiesto di condividere dal suo punto di vista per i lettori di Coaching Time, la sua esperienza con il Coaching.

1) Gigi, cosa ti ha spinto a rivolgerti a un coach dello sport?

In primis, semplice curiosità. Avevo già sentito parlare di Coaching da alcuni amici e colleghi della Nazionale che avevano lavorato con un coach e mi avevano raccontato i benefici ottenuti. Allora mi sono chiesto in cosa potessi migliorare io: dopo tutte le medaglie che avevo vinto c’era qualche altro gradino da scalare?

2) Il lavoro che abbiamo fatto insieme ha dato una risposta a questa tua domanda iniziale? Com’è normale, non sapevi bene cosa aspettarti dalle nostre sessioni.
In effetti sapevo solo che gli incontri erano individuali. Dopo mi sono reso conto che consistevano perlopiù di chiacchierate in cui raccontavo le mie esperienze, per poi focalizzare alcuni aspetti della mia attività sportiva in cui mi sarei potuto spingere oltre.

3) Be’, in realtà quelle che chiami “chiacchierate”, sono sessioni strutturate in base a una precisa successione di fasi. Comunque, quali sono stati i primi risultati di queste “chiacchierate”?
Quando ti ho contattata, come ricorderai, nel mese di settembre del 2014, ero demoralizzato: una gara internazionale non era andata bene ed ero addirittura arrivato a pensare che avrei smesso con lo sport che amavo profondamente. Questo mi ha convinto a iniziare il percorso di coaching che ho trovato intenso soprattutto per l’allenamento mentale che ha richiesto. Allenamento che però mi ha portato nel mese di novembre a vincere l’Argento ai Campionati Mondiali. Ma, al di là della medaglia, il successo per me più grande, quello che ha fatto la differenza rispetto al passato, è stato l’approccio con cui ho affrontato la gara, in tutte le sue fasi: in quella iniziale di preparazione, poi durante la stessa competizione, e dopo l’effettiva prestazione. Mi sentivo decisamente più rilassato e questo mi ha permesso di godere ogni aspetto della gara, soprattutto la fase di preparazione, che da sempre affrontavo con più difficoltà. A questo proposito, significativi sono stati gli ultimi Campionati Italiani disputati qualche settimana fa, che ho affrontato dopo un grave infortunio: grazie al lavoro svolto insieme durante il percorso di coaching sono riuscito a mantenere un approccio positivo nonostante tutto quello che avevo vissuto per riprendermi e malgrado la forma fisica non ottimale. In ogni momento avevo ben chiaro l’obiettivo e conoscevo i miei limiti, ma anche grazie a questo sono riuscito a difendere il titolo.

4) Quindi, cos’è stato determinante per affrontare meglio ogni momento della gara?
Ho avuto la possibilità di mettere a fuoco alcune cose che prima facevo inconsapevolmente e mi portavano a vincere, scoprendo che potevo replicarle di proposito. Aggiungo, se posso, che durante il percorso di coaching ho scoperto che prima davo troppo valore a una sconfitta e che invece, vivendola in un altro modo, potevo mantenere comunque alte sia la mia autostima che la sicurezza in me stesso. Ho anche capito che dalla sconfitta, anzi da una gara non vinta, potevo prendere degli spunti positivi su quali aspetti migliorare e come agire diversamente alla gara successiva. A pensarci bene, la più grande conquista l’ho fatta in ambito personale: prima affrontavo il mio lavoro isolandomi, adesso ne condivido maggiormente tutti gli aspetti e i risultati con chi mi sta accanto. Una novità che si riverbera in positivo nei miei rapporti privati, con la mia famiglia, e influisce sul mio benessere personale.

5) Dopo quello che hai raccontato e le consapevolezze maturate, mi daresti la tua definizione di Coaching?
Credo che il Coaching, per una persona che fa uno sport ad alti livelli come me, in cui a volte hai la sensazione di essere da solo contro il mondo, sia indispensabile. Per me è l’arma in più. Tra due sportivi, affidarsi al Coaching può decisamente fare la differenza: poter attingere e coltivare nuove risorse costituisce un allenamento ulteriore per esprimere al meglio il tuo potenziale. È uno strumento che ti può fare arrivare all’eccellenza, che completa l’atleta e, se ti fidi e ti affidi, ti aiuta a crescere e cambiare dove desideri.

6) Un’ultima domanda, promesso: consiglieresti un percorso di Coaching a un tuo collega/amico atleta?
Certo, senza alcun dubbio. Tutti gli sportivi, di ogni livello, dovrebbero farlo, soprattutto chi come me pratica uno sport individuale.