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Intervista a Angelo Lorenzetti, coach del Modena Volley

Di Eleonora Speziali | 29.05.2015

E’ vero che senza talento non si vince, ma il talento da solo non basta

Cosa diresti del tuo lavoro?
Più che parlare di lavoro, nel mio caso parlerei di appassionante quotidianità.
Lavoravo in banca e un giorno, proprio mentre ero in ufficio, ricevetti la telefonata di Julio Velasco, dall’89 allenatore della nazionale italiana, che mi fece una proposta che per me significava scegliere in 48 ore se stravolgere il mio modo di vivere.
Decisi di accettare la sfida e da quel giorno la pallavolo è il centro della mia vita e spero che sia così ancora per un po’ di tempo.

Cosa fa un coach nello sport?
Ritengo che quello che faccio si possa sintetizzare in due macro-aree: analizzare e prendere decisioni.
Sono entrambi due momenti complessi; in fase di analisi studio, osservo, raccolgo dati, faccio domande, comunico e ascolto.
E l’ascolto è importante sia in fase di analisi, perché mi serve per ampliare i punti di vista, sia nella fase di decisione, e nei momenti successivi.
Infatti il mio compito è quello di prendere decisioni che siano in linea con quello che i giocatori si sentono di fare.
Ascoltare, quanto si riesce, anche i rumors, è fondamentale per capire se le decisioni che sto prendendo sono quelle giuste o meno.
E tutto questo lo faccio ascoltando i giocatori, lo staff, i dirigenti, i media e i tifosi.

Come si genera un clima di motivazione e impegno per il raggiungimento degli obiettivi di un team?

Ogni componente è un “attore” con una propria motivazione specifica. Entrando in contatto con gli altri egli gioca il suo “ruolo”, vale a dire il modo di essere e di fare.
Nel “giocare” ognuno ha aspettative su come dovrebbero comportarsi gli altri affinché la sua motivazione trovi soddisfazione. Per questo motivo ritengo essenziale lavorare in un clima in cui tali aspettative possano essere condivise, cioè esplicitate, riconosciute, comprese e accettate.
Ad esempio tutti hanno voglia di vincere, ma ci sono motivazioni diverse per ogni singolo giocatore: c’è chi non ha mai vinto il campionato, chi è in fase di rinnovo del contratto, e così via. Il motivo per cui si vuole vincere va esplicitato, altrimenti si danno per scontato informazioni che in campo creano tensione.
Solo così si ottiene quell’adattamento che porta a riconoscere l’ambiente frequentato come il posto ideale per gratificare la propria motivazione. In caso contrario, cioè quando c’è discrepanza tra realtà e aspettative, sopraggiunge quella sgradevole sensazione di malessere, abbinata ad uno spreco inutile di energie.
C’è quindi l’esigenza di leggere i bisogni di ciascuno e mettere in moto azioni reciproche, capaci di colmare la carenza percepita dall’altro. Compito di un allenatore è far venire alla luce ciò che è nascosto dentro ciascuno.

Campioni vs team: eccellenza individuale e team eccellente, come armonizzarli.
Quanto detto poco sopra è replicabile qui. Direi che nella gestione di un campione a volte si riscontra la necessità di fargli comprendere l’alto livello di aspettative che gli altri hanno su di lui e, viceversa, di abbassare le aspettative che lui ha su gli altri… altrimenti che campione sarebbe!
E’ vero che senza talento non si vince, ma il talento da solo non basta.
A volte i campioni sono tali nelle pretese, e meno nel dare.
E’ necessario che ognuno determini ciò che vuole dall’altro con delle richieste.
E’ importante che emerga la percezione che ognuno ha di sé e quella che gli altri hanno di lui.

Come apprendere dagli errori e valorizzare i successi.Errore e successo, vittoria e sconfitta sono il pane quotidiano dello sport. Direi che in questo ambito la parola chiave è: feedback.
In sede di allenamento la corretta gestione dei feedback, interni ed esterni è alla base del miglioramento.
L’apporto del coach in questo è decisivo; è infatti responsabile del feedback esterno che il giocatore riceve. In quest’ottica, affinché il “suggerimento” possa cogliere il segno, deve essere semplice, specifico, ascoltabile e riconoscibile dall’atleta.
Ascoltabile in quanto se non c’è sintonia tra allenatore e giocatore i feedback non vengono ascoltati.
Riconoscibile perché spesso, in allenamento o in partita, si ricevono molti feedback e può capitare di non riconoscere il principale.
In secondo luogo il coach è anche responsabile del feedback interno percepito dal giocatore. Più l’allenatore rende consapevole il giocatore dei vari step che un certo gesto tecnico o una determinata azione di gioco richiede, più l’atleta è capace di correggersi o confermarsi nel suo gesto o nell’azione in modo autonomo.
Quanto succede in sede di vittoria o sconfitta potrebbe da solo essere materiale per un libro!Sintetizzando direi che al di là delle legittime emozioni che scaturiscono da una vittoria o da una sconfitta il lavoro da fare è quello di analizzare quello che è successo veramente in campo per imparare e migliorare. Bisogna farlo sempre!, dopo una vittoria e dopo una sconfitta. Solo in questo modo si ha la consapevolezza che la vittoria e la sconfitta non sono il “vestito” da indossare il giorno seguente bensì un “manufatto” del proprio agire e come tale, non essendo una catena di montaggio, a volte si fanno prodotti ben riusciti ed altre un po’ meno!

Colpa vs responsabilità: giocare da vittima (dei compagni che sbagliano, degli avversari, etc.)oppure dichiararsi il potere di cambiare la situazione.
Sotto questo aspetto la pallavolo è proprio un bel campo di studio perché è uno sport “di rimbalzo” e per regolamento non puoi né trattenere la palla, né toccarla due volte consecutivamente.
Quindi non puoi fare tutto da solo.
La tentazione di sentirsi vittima, vale a dire di non essere riuscito ad essere efficace a causa di un passaggio non corretto da parte del compagno di squadra è sempre molto forte. Su Youtube è celebre il video di Velasco in cui parla del rapporto alzatore-schiacciatore. Anche chi non è del “mestiere”, ascoltando il celebre allenatore argentino, può rendersi conto di come la scelta di campo che un atleta fa tra il sentirsi in balia delle circostanze ovvero reattivo a leggere e a risolvere in qualche modo la situazione in cui ci si trova, è uno sforzo in cui il pallavolista deve spendersi ripetutamente ad ogni azione.
Da dove ci si posiziona costantemente in quei brevi attimi dipendono le sorti non di una singola partita ma del destino di una squadra: essere una squadra sempre in ogni circostanza, esserlo solo quando le cose stanno andando bene, non esserlo mai.
In quei momenti il giocatore non si può nascondere. Il suo modo di agire, il suo sguardo dopo che ha colpito la palla, la ricerca spontanea o meno del contatto fisico con gli altri a fine azione sono segnali indelebili che segnano il gruppo. Rendere i giocatori consapevoli di ciò è la sfida di noi allenatori.

Il potere delle conversazioni interne ed esterne: cosa si dicono e cosa dicono il coach e il team per generare il miglior impegno.
Anche in questo caso la pallavolo è veramente uno sport che si presta moltissimo a questo genere di analisi. Al termine di una partita pallavolo di due ore, i giocatori sono stanchi e a volte sembrano stremati. Se però si sommassero i tempi effettivi di ogni azione ci si accorgerebbe che in quelle due ore di gioco la palla è stato in volo per poco meno della metà del tempo. Il resto del tempo cosa si fa?
Si parla! Si parla con se stessi, con i compagni, con il coach, con l’arbitro, con gli avversari. E’ dalla qualità di queste conversazioni che dipende spesso l’esito di un incontro equilibrato. Ai ragazzi dico che se la chiacchierata che facciamo con noi stessi o con gli altri ci apre al futuro, cioè ci posiziona in una condizione in cui immaginiamo come sarà la prossima azione e progettiamo il da farsi per risolverla al meglio, e allora siamo “in-vita”. Nel caso opposto, se conversando ci chiudiamo nel passato dell’azione precedente, allora la partita può considerarsi già finita.

Come credi che queste tue competenze, come coach sportivo, possano essere utili nella vita personale e professionale.
Tutti i miei pensieri e le mie azioni del quotidiano sono strettamente connessi e ciascuno di essi è allo stesso tempo partenza e meta del pensiero o azione successiva.
Un apprendimento fatto come coach, che ho portato nella mia vita personale, è la capacità di analisi della situazione prima di iniziare a risolverla e di voler capire il motivo perché si è creata. Sempre su questo tema, prima, per me “accaduto e persona” erano la stessa cosa, per cui se c’era un errore, uno sbaglio, attaccavo la persona, e mi facevo condizionare dai giudizi che avevo di lei: una volta un errore fatto da persone diverse aveva per me impatti differenti, oggi tutti hanno lo stesso valore e prima di agire analizzo la situazione.

So del tuo interesse per il coaching ontologico, c’è stato qualche apprendimento che hai considerato particolarmente utile?
Sono agli inizi di questo percorso che considero illuminante per la mia vita. Tuttavia ritengo che già in questo breve periodo di tempo mi sembra di aver messo più ordine nei tanti concetti appresi durante il mezzo secolo vissuto. Il poter ampliare le mie capacità di osservazione e riuscire a capire con che tipo di osservatore mi sto relazionando è un’esperienza che mi dà energia e speranza di diventare un uomo migliore.

(Intervista tratta da: it.escuelacoaching.com)