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Teri-E Belf, la disegnatrice del destino

Di Irene Morrione | 21.10.2013


Ho avuto il privilegio di intervistare Teri-E Belf in occasione di una master class che ha tenuto a Madrid per la società Akoras.

Teri-E è considerata una delle fondatrici del coaching nel mondo: ha creato il primo Simposio internazionale di coaching nel 1996 e presieduto la prima commissione sulle credenziali, l’accreditemento e l’educazione continua in ICF. Ha pubblicato tre libri tradotti in sei lingue e lavora come personal e professional coach in quattro continenti dal 1987.

Teri-E, durante la tua master class hai parlato degli animali da compagnia. Come sono connessi con il coaching?
Il cane di mio figlio, Charley, mi ama incondizionatamente ed è sempre pienamente presente. Credo che questi siano gli aspetti fondamentali per un master coach.

Quindi credi che la presenza sia la competenza più importante per un coach?
Sì, essere autentici e presenti con il corpo, la mente e lo spirito.

Qual’è la domanda più potente che un coach dovrebbe farsi per sviluppare la sua presenza?
Credo ce ne siano due. “Sono pienamente presente ora?” “Come posso mettermi al servizio ora?”

Quali attitudini sono necessarie per essere un coach?
Essere nella domanda, ovvero essere curiosi. Voler continuamente crescere e imparare. Ricordare che tutti noi siamo connessi. Essere responsabile solo di se stessi. Credere che tutto ha un valore che deve solo essere trovato. Sapere che tutto ciò che ci si aspetta da lui è che faccia il massimo che può in quel momento e abbia l’attitudine al servizio.

Secondo te, quali di queste attitudini si possono sviluppare nel tempo ad esempio con il training?
Credo che l’attitudine al servizio e alla crescita continua siano innate e non possano essere apprese.

Quali sono I rischi e le opportunità per la nostra professione nel futuro?
Per il life coaching, una partnership con alter professioni, ad esempio con psicologi, psicoterapeuti, ecc. potrebbe rappresentare un’opportunità. Tutti noi siamo in un continuum. La maggior parte degli psicoterapeuti si focalizzano sul sanare e capire il passato, mentre noi lavoriamo per prendere questi nuovi apprendimenti e guidare le persone nel creare il loro futuro. Quindi potremmo realizzare il valore di ogni professione e collaborare.
Per il busisiness coaching vedo il rischio che possa scomparire perchè molte persone che conosco fanno quello che hanno sempre fatto, ad esempio consulenza, e lo chiamano coaching senza aver intrapreso nessun training specifico in coaching e senza aver capito cosa realmente sia. Per esempio gli assessment non fanno parte del coaching, vengono da altre professioni e in un certo senso contrastano con la premessa del coaching secondo cui le persone hanno le loro risposte e le loro parole per esprimere chi sono. Gli assessment invece utilizzano parole di altri e si basano su regole definite da altri. Quindi in questa confusione, la professione del business coach e il suo potenziale valore rischia di andare perduta.

In che modo il coaching può essere utile per fronteggiare la crisi economica?
Da una prospettiva di coaching, anche nella crisi c’è una lezione da imparare. Possiamo chiederci quale sia questa lezione.

Comunque nonostante la crisi, molte persone investono ancora nella loro formazione per diventare coach, quale potrebbe essere un suggerimento per loro?
Essere guidati dalla loro passione. Impegnarsi in primo luogo per la propria crescita personale e dire di sì alle opportunità anche quando non ci si sente pronti. Non devi sentirti pronto per assumerti dei rischi.