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Il Cinema Insegna: l’ambiente del coaching

Di Virginio De Maio | 11.03.2013




La sessione deve avvenire in un luogo formale, con un coach impettito, in abito o tailleur e tanto di attestazioni appese alle pareti. Chi lo ha detto?

Riflettiamo sulla controversa questione dell’ambiente in cui è preferibile svolgere l’azione di aiuto; formalità, informalità oppure una via di mezzo? La risposta potrebbe cambiare da caso a caso.

Prendiamo ad esempio la scena tratta dal film "Un giorno questo dolore ti sarà utile" puoi vederla qui:

http://www.ilcinemainsegna.it/ici/index.php?option=com_content&task=view&id=760&Itemid=34

Rowena (life coach) invita James ad una sessione molto easy, scarpette da ginnastica e footing nel parco. L’informalità spesso è la condizione giusta per abbattere difese e lasciare alle persone il permesso di esprimersi liberamente. Sembra proprio che con James abbia funzionato. Ostile al primo incontro, il ragazzo trova nella sua Life Coach una preziosa confidente. Avrà contribuito la fisicità del momento ? Può darsi.

Una passeggiata all’aria aperta è di per sé una potente metafora di libertà. Le persone riflettono, ascoltano e si aprono. Ma l’aiuto può avvenire in ogni dove, una partita al bowling, una visita al museo o un giro in macchina.
Come dice Richard Bandler, in apertura del libro "PNL è libertà" : "Capita ogni tanto che un istante ti catturi" e quell’istante può accadere, a prescindere dal luogo in cui ti trovi, senza che tu lo sappia in anticipo.

Solitamente chi si affida al coaching parte dall’idea di "una mancanza". James ad esempio comincia a credere che gli altri abbiano ragione: "non sono normale". Quasi sempre, dunque, gli inizi sono freddi, in attesa di conferme o smentite, e pochi si aspettano di essere accolti in maniera informale.

Un buon coach, dunque, progetta anche la "rottura di schemi" ricorrenti. Pensiamo a tutte le persone che lavorano ad una scrivania 8 ore al giorno, e a quale beneficio avrebbero parlando di sé, dei loro problemi e dei loro obiettivi in maniera dinamica e fuori dai contesti consueti. L’ansia e la sfiducia hanno una loro postura, una loro respirazione. Rendere dinamico l’incontro per il coach vuol dire anche sfidare questi ancoraggi.

C’è un momento poi, in cui tutto rientra. Tutto comincia ad acquisire un senso. La passeggiata, la risata e la pacca sulla spalla. Da quel momento in poi si comincia a costruire.

Allora si ritorna alla struttura, al contratto e alla definizione degli obiettivi. “Informalità” non vuol dire certo approssimazione. Non è solo questione di “forma”, lo sa bene Rowena che approfitta delle condizioni inusuali per fare domande ed ascoltare con attenzione le risposte di James.

Passando dall’ambiente agli strumenti, la scena ci suggerisce anche una nuova domanda di approfondimento.

“A New York è strano sentirsi soli” dice James.
“cioè a dire?” chiede Rowena.

E’ indispensabile approfondire i significati che il coachee lega alla sua condizione di vita. Proprio per questo, “in che senso?”, “rispetto a cosa?”, “cioè a dire?”, acquisiscono la valenza di domande illuminanti. Fanno luce sulle storie che le persone si raccontano.

Dall’enfasi con cui James si sfoga si capisce che di per sé l’ascolto della coach è terapeutico. Forse non si è mai sentito ascoltato davvero. Forse basta questo per capire che tutto il “ritmo” che vede negli altri è solo una sua fantasia e che infine, va bene così com’è . Nel film lo capirà solo più avanti, da qui il titolo “Questo dolore un giorno ti sarà utile”.

Dunque l’ambiente in cui svolgere le nostre sessioni va scelto di volta in volta e da caso a caso; quello che invece non cambia è il principio ispiratore del coaching stesso, mettere al centro il cliente e la sua unicità. Se allontanare il coachee dalle sue abitudini può essere d’aiuto, allora diventa anche responsabilità del “coach” prevedere quello che potrebbe accadere in alcuni contesti.

Ad esempio è preferibile ricevere il coachee presso di noi, invece che recarci presso di lui. Oppure, se proprio necessario, come nel caso “aziendale”, optare sempre per la scelta neutra (ne la postazione del capo, ne quella del collaboratore). Il coach non può sapere quale aria si è respirata fino al momento precedente l’incontro. Potrebbero esserci forti ancoraggi a rimproveri o delusioni, e nessuno, tanto meno il coachee, deve rischiare di accedere a stati d’animo depotenzianti durante la sessione.

L’ambiente interno dovrà essere accogliente, discreto e silenzioso il più possibile. Insomma è conveniente che il coach si assuma la maggior parte delle responsabilità, compresa quella delle possibili interferenze esterne. Una volta eliminate anche queste, sarà più semplice fare un bilancio del percorso e capire dove aggiustare il tiro se fosse necessario.

Infine, in veste di coach, la scena del film ci esorta ad essere creativi e a pensare ad una sessione “alternativa” pur sempre finalizzata a mettere il cliente a proprio agio.

Crescere come “coach” vuol dire sperimentare, mettersi in gioco e anche se non ne comprendiamo fino in fondo le ragioni, possiamo sempre pensarla così: “un giorno questo cambiamento ci sarà utile”.