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Il cuore rovesciato

Di Marcella Di Martino | 02.03.2017

Sviluppare la propria consapevolezza, fermarsi ad osservare come se fossimo degli osservatori esterni, proprio come il coaching insegna

Nella medicina cinese il cuore viene rappresentato come una coppa rovesciata, vuota perché sempre pronta a ricevere.

Il cuore è considerato il centro del nostro sistema energetico ed espleta al meglio le sue funzioni se è vuoto, ossia libero da risentimenti o da emozioni paralizzanti.

Possiamo essere nel flusso, e quindi nel nostro stato di coscienza, solo se il cuore è libero e aperto, e dunque pronto a ricevere. Il concetto richiama il famoso “letting go” di cui si parla tanto nella mindfulness. “Tu non sei i tuoi pensieri e le tue emozioni. Tu sei il cielo e loro sono le nuvole”. Chi non ha sentito dirlo in una delle tante e note versioni? La prima volta che io ho sentito dirlo ho pensato che chi mi stava invitando a farlo fosse completamente matto. Siamo talmente radicati nella nostra realtà che aprirci a nuove possibilità incontra di solito grandi resistenze. Comprenderlo ha richiesto del tempo.

Ma nel concreto come si fa? La capacità di riuscire a staccarsi dalla mente richiede disciplina e pratica, ma i risultati sono garantiti. Esistono tanti metodi. Uno può essere quello di iniziare ad accettare l’esistenza di pensieri ruminanti: dire ad alta voce a se stessi, ad esempio, “ho notato che sto facendo il pensiero di…”, anziché provare a scacciarli o a reprimerli. Il semplice recitare questa affermazione dissocia il pensiero dall’essere: io mi identifico in chi osserva di fare un determinato pensiero, e non nel pensiero in sé. È solo un pensiero, uno dei mille possibili.

Un altro modo, quando si è sopraffatti dalle emozioni, può essere quello di fermarsi e riconoscere qual’è il punto del corpo che in quel momento si percepisce come più in difficoltà. Un calore alla bocca dello stomaco, un punto che pulsa sulle tempie, una pesantezza sulle spalle, una tensione nelle gambe e alle articolazioni, possono esserci migliaia di ipotesi. Esercitarsi a sviluppare una diversa consapevolezza di dove sono localizzate le emozioni nel corpo, e poi inviare mentalmente il respiro proprio in quei punti scioglie lentamente le tensioni e i blocchi emotivi.

Non a caso, il termine “emozione” viene dal latino e-movere, ossia muovere da. Le emozioni sorgono in reazione a uno stimolo, producono una serie di eventi chimici e ormonali dentro di noi, raggiungono un certo picco e poi si sciolgono. Sono paragonabili a delle onde che cambiano forma, altezza, direzione, ma se noi non ci mostriamo in grado di lasciarle fluire e le tratteniamo, allora sorgono problemi.

Noi riproduciamo quotidianamente nelle relazioni dei pattern e dei conflitti non risolti; le persone con cui interagiamo diventano delle proiezioni delle nostre ombre: ci sono parti di noi che sono in ombra ( i cosiddetti sé rinnegati) e che abbiamo rimosso molto tempo fa.

Si tratta di parti che non conosciamo, ma che abbiamo la possibilità di riconoscere proprio in ciò che non ci piace negli altri. Quando inizia l’incontro con noi stessi - che Jung dice essere non proprio piacevole - da una parte si soffre, si diventa insofferenti, ma dall’altra il proprio spessore personale cambia: ci si sta riappropriando di una parte di sé. Se una persona trova la propria consapevolezza del sé, il proprio potere personale, nessuno avrà più il potere di farla stare male a lungo, e quindi anche l’emozione riuscirà a fluire più liberamente.

Questo comporta diversi gradi di realtà rispetto a ciò che accade. Se osserviamo una situazione chiedendoci “cosa di me questa situazione sta dicendo”, piuttosto che domandarci il perché, persino una cosa che per gli altri è negativa diventa un’opportunità per conoscere se stessi.

In secondo luogo, noi crediamo che la felicità dipenda dal fatto che ci accadono solo cose positive, ma, in questo caso c’è un vizio di fondo, perché è la mente che in questo momento sta definendo ciò che è bene e ciò che è male. Quello che è importante è essere presenti a noi stessi ed essere nello stato di coscienza: scegliere consapevolmente nel qui e ora quale posizione prendere di fronte al teatro esterno.

Sviluppare la propria consapevolezza, fermarsi ad osservare come se fossimo degli osservatori esterni, proprio come il coaching insegna, è quindi il primo passo per essere al timone della propria nave e riuscire a lasciare andare la rabbia, i risentimenti, l’insofferenza per gli altri, cogliendone però il senso profondo.

Il secondo passo è imparare a percepire i segnali che manda il corpo, perché il cuore parla attraverso il corpo. Ed è proprio lì che si manifestano preoccupazioni o disallineamenti che riusciamo a volte con difficoltà a portare alla luce, perché magari sembrano all’apparenza sacrificare una parte delle nostre esigenze. Ma ciò che il corpo comunica è in linea con chi siamo veramente, ed è una verità che abbiamo il dovere di guardare per essere fedeli a noi stessi.