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La gestione del non lo so

Di Ambrogio Scognamiglio | 27.04.2016

Tre parole che accendono il motore di un percorso

Capita. E se capita?
Immaginate la scena in cui un coach, e non solo quelli agli “esordi”, seduto di fronte al suo coachee gli rivolge una domanda aperta, chiara, diretta, rivolta all’ obiettivo e pure un po’ figa e il coachee risponde con un secco: “Non lo so”.

Punto.

Si attende un po’ per dare magari il tempo al cliente di aggiungere qualche pensiero, anche disordinato, anche semplice e arriva il secondo: “Non lo so”.

Chi non mastica pane e coaching potrebbe pensare di essere in un vicolo cieco, di aver sbagliato la domanda (potrebbe essere), di non poter uscire facilmente da quest’ impasse, inizia ad annoverare il calendario sperando di trovare un santo a cui votarsi…

Bene, se io vi dicessi che è proprio da quel “non lo so” che inizia tutto?

Se io vi dicessi che da un “Non lo so” si accende il motore per dare lo sprint incisivo e decisivo alla sessione e, probabilmente, all’ intero percorso?

Se io vi dicessi che il “Non lo so” è la vera chiave di accesso per il successo?

Pensateci un attimo.

Se un cliente avesse già tutte le risposte chiare, ordinate, concrete, motivate, orientate all’ obiettivo che bisogno ci sarebbe di imboccare un percorso insieme ad un professionista?

In quelle tre parole si racchiude un intero universo di possibilità, alternative, opzioni, strade percorribili o meno che porteranno quella persona a trovare la direzione più giusta per se e, sicuramente, per chi gli sta intorno.

Il compito del coach è quello di sostenerlo a scoprire quell’ universo, di indagare cosa potrebbe sciogliere quel “NON”, lasciando spazio soltanto al “SO”, di non perdersi nella paura e nell’ ansia ma di vivere quel “non sapere” come un’ opportunità per aggiungere “sapere” ad un bagaglio che, fino a prima di partire per il “viaggio” col coach, era un semplice beauty case e che, alla fine, potrebbe diventare un trolley 80x50.

Cosa ho voluto dire con questo articolo?

NON LO SO.